Teatro (alla deriva) al Giardino, successo per lo spettacolo Caivano Dreamin’

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foto di Ersilia Marano

C’è un momento, verso la fine di Caivano Dreamin’, in cui uno dei protagonisti pronuncia una frase apparentemente semplice: “La domenica mattina, a casa, non piove mai”. In quelle parole si condensa tutta la forza poetica e malinconica dello spettacolo scritto, diretto e interpretato da Fulvio Sacco, in scena con Christian Giroso, con l’organizzazione di Nu’Tracks, presentato in prima nazionale il 20 luglio nella suggestiva cornice del Giardino dell’Orco, sulle sponde del Lago d’Averno.

L’appuntamento rientra nel programma della XIV edizione della rassegna Teatro (alla deriva) al Giardino, ideata da Ernesto Colutta e diretta da Giovanni Meola, che ha segnato negli ultimi anni una significativa evoluzione. Dopo oltre un decennio di rappresentazioni su una zattera galleggiante alle Stufe di Nerone, la rassegna si è spostata “a terra”, conservando la stessa volontà di esplorare un teatro essenziale, in dialogo diretto con la natura. Niente luci artificiali, nessun fondale scenografico: solo la luce del tramonto, un albero frondoso e, davanti agli spettatori, il lago a fare da sfondo naturale e simbolico.

Lo spettacolo – un atto unico di 55 minuti – si svolge all’interno di uno spazio che richiama un carcere, luogo reale e metaforico dove si incontrano due emigranti italiani, entrambi originari di Caivano, che nel 1926 partono per New York inseguendo sogni diversi ma ugualmente fragili.

Michele Solice, interpretato da Giroso, è un giovane che si crede l’erede di Rodolfo Valentino. Il suo sogno è diventare un grande attore di rivista a Hollywood, raggiungere la fama e incontrare la sua diva del cuore, Theda Bara. Idealista, visionario, ripete ossessivamente frasi-manifesto come:

“Se puoi sognarlo, puoi farlo.”
“Se non avete un sogno, ma che campate a fare?”

Accanto a lui, Carmine Camardella, interpretato dallo stesso Sacco, ha un sogno meno spettacolare ma altrettanto sincero: diventare disegnatore. Proprietario di una piccola azienda che produce liquore all’anice, Carmine ha disegnato un topolino sulle etichette delle sue bottiglie, ma è stato deriso e emarginato dai suoi concittadini, che lo hanno etichettato con disprezzo come “lo sgorbio”. Costretto a fuggire per sottrarsi al giudizio, porta con sé una ferita aperta:

“Il mio sogno era diventare disegnatore. Ho talento, ma nessuno ha mai creduto in me. E se non credi nei sogni, non sarai mai felice.”

Il testo – sviluppato con il coaching drammaturgico di Armando Pirozzi – costruisce un dialogo teso e vivace tra i due personaggi, alternando momenti comici, grotteschi e profondamente umani. La comicità non è mai fine a sé stessa, ma si innesta su una riflessione lucida sul senso del sogno, del talento, del giudizio sociale e sull’ambivalente esperienza dell’emigrazione.

Non mancano scambi brillanti:
– “Perché ci arrestano? Perché siamo italiani?”
– “No, perché siamo di Caivano.”
E ancora:

“Un caevanese non abbandonerebbe mai un connazionale in terra straniera.”

Centrale è il tema dell’appartenenza. I protagonisti partono per motivi diversi – uno per rincorrere la gloria, l’altro per fuggire dall’umiliazione – ma si ritrovano a fare i conti con la nostalgia delle proprie radici. La loro Caivano, che all’inizio sembrava solo un luogo da dimenticare, riaffiora nei ricordi, nei detti, nelle battute, e nel legame invisibile che li tiene uniti anche a migliaia di chilometri di distanza.

Lo spettacolo si muove su un ritmo serrato, mantenuto con equilibrio dai due attori, la cui alchimia scenica è evidente e perfettamente calibrata. Sacco e Giroso condividono una complicità naturale che valorizza tanto i momenti comici quanto quelli più intimi. Le reazioni del pubblico lo confermano: risate, applausi e un coinvolgimento sincero hanno accompagnato l’intera rappresentazione, che si è consumata in un’ora di teatro autentico, intensa e senza cedimenti.

Una menzione speciale va alla scelta della location e alla direzione artistica della rassegna. Il palcoscenico allestito tra gli alberi del Giardino dell’Orco, senza artifici visivi, ha esaltato la qualità dello spettacolo, offrendo agli spettatori un’esperienza immersiva e fuori dal tempo. Il lago d’Averno, di fronte al pubblico, ha funzionato da specchio simbolico: un luogo mitico, carico di memoria, che ben si sposa con le tematiche dello spettacolo.

In definitiva, Caivano Dreamin’ è una riflessione teatrale dal tono surreale e malinconico, che parte da una leggenda improbabile – e se il Mickey Mouse di Walt Disney fosse nato a Napoli, da uno sgorbio su una bottiglia di liquore? – per arrivare a toccare corde profondamente umane. È una storia di sogni, di giudizio e di identità. Ma è anche una dichiarazione d’amore per l’arte, per l’immaginazione e per quella parte di noi che non smette di sperare, anche quando tutto sembra perduto.

Perché, come ci ricorda Michele:

“Se puoi sognarlo, puoi farlo.”
E, come ci suggerisce il finale, struggente nella sua semplicità:
“La domenica mattina, a casa, non piove mai.”

Ersilia Marano

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