Tensione, curiosità e coinvolgimento ne “La Cecilia” di Michela Panichi

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Quando leggi un romanzo e non riesci a staccarti dalle pagine perché la storia ti cattura al punto da immedesimarti nei protagonisti, provando le loro stesse emozioni e vedendo le stesse immagini, significa che sei di fronte a una penna eccellente, intrisa di vissuti, stati d’animo e curiosità.

La Cecilia” di Michela Panichi, è proprio così.

Pubblicato da Nottetempo, il romanzo della giovanissima scrittrice napoletana dimostra di avere una marcia in più.

Gli elementi narrativi, sapientemente intrecciati con competenza letteraria, finezza e precisione, arricchiti da originalità e da un’impronta personale, danno vita a un’opera autentica e degna di attenzione. Nella narrazione si fondono armoniosamente padronanza stilistica, ritmo, evocazioni, equilibrio tra azioni e dialoghi, tempi narrativi, ambientazioni, descrizioni e climax. 

Il risultato è un testo capace di suscitare nel lettore tensione, curiosità e un coinvolgimento profondo.

Già la quarta di copertina lascia intuire non solo il contenuto, ma anche il valore dell’opera: “Sant’Angelo mi tornò in mente per come l’avevo vista dall’alto. Scoperta, ma discreta. Opprimente, ma allo stesso tempo aperta verso un mare nero che mi sapeva di angoscia. Negli angoli bui allo sguardo succedevano segreti che avevo imparato a conoscere tramite Alba: il sesso violento degli animali, il piacere trovato tra le carene delle barche, corpi umidi e sudati, il sangue di ogni mese lascia il corpo.”

Si tratta di un romanzo di formazione in cui la protagonista, la tredicenne Cecilia, affronta le contraddizioni della pubertà: lo sviluppo e la trasformazione del corpo, il rapporto conflittuale con genitori e adulti, la complicità e la rivalità col fratello e i coetanei, le pulsioni sessuali, la curiosità verso il mondo, le sfide, l’insofferenza verso regole e limiti.

Il nome Cecilia diventa subito un elemento simbolico: nel “capitolo 0” l’autrice riflette sull’origine e sul significato, stuzzicando la curiosità del lettore e offrendo un incipit originale e denso di metafore. La cecilia è, infatti, un anfibio vermiforme, privo di zampe e di occhi, senza differenze di genere, ermafrodito: “Il mio nome lo aveva scelto mio padre, ed era il primo legame tra noi… l’ostinazione capricciosa di mio padre aveva avuto la meglio sul nome di mia nonna. Per lui ero Cecilia… Invece mia madre lo scorciava alle prime lettere, perché assomigliassi a mio fratello. Quattro lettere per entrambi, perfetta uguaglianza. Il motivo del mio nome l’ho sempre ignorato. Così quando scoprii che mi chiamavo come un anfibio, e per giunta uno dei più brutti, accolsi la notizia con la serenità che accompagna le cose già date…”

La storia è ambientata a Sant’Angelo d’Ischia durante l’estate. Attraverso la voce interiore di Cecilia emergono non solo le sue azioni, ma la sua tormentata crisi d’identità sessuale, che genera ambiguità e condiziona il comportamento. Sul suo corpo acerbo compaiono i primi segni dello sviluppo, che la ragazza rifiuta: con stratagemmi, trucchi e ingenui inganni tenta di rallentare, quasi annullare, quella metamorfosi inesorabile che scolpisce la sua femminilità.

La trama intreccia abilmente menzogna, odio, aggressività, travestimento, inganno, innamoramento, desiderio, sogno, tradimento, corteggiamento, amicizia, illusione e delusione. Il testo, vivido e sensoriale, scorre con fluidità grazie a una scelta lessicale a tratti volutamente cruda, sempre autentica.

Ogni capitolo è introdotto da dettagliate spiegazioni di termini legati a fenomeni sessuali, antropomorfici, comportamentali e cognitivi, sia del mondo animale che umano, connessi alle vicende narrate. 

Il periodo in cui si svolge il romanzo non è esplicitato chiaramente, ma piccoli indizi, disseminati con apparente casualità, lo rivelano (come il riferimento alla trasmissione “Giochi senza frontiere” o al fumetto “Diabolik”).

Non mancano i richiami alle tradizioni locali come la festa di Sant’Anna al porto d’Ischia.

I personaggi che gravitano attorno a Cecilia, i genitori, il fratello Luca, Olga, Teresa, Alba, Gaia, Federica, Sergio, Domenico e Carmine, sono tratteggiati con efficacia tanto fisicamente quanto psicologicamente, e con tutte le loro fragilità e contraddizioni. Il mare di Sant’Angelo e dei Maronti, con il suo fascino e i suoi pericoli, diventa coprotagonista: le sue suggestioni e metafore attraversano la narrazione.

La terra bollente e magmatica dell’isola, con le sorgenti termali, simboleggia l’energia esplosiva che pulsa nei meandri dell’anima, alla spasmodica ricerca di una via d’uscita liberatoria.

Michela Panichi, nata a Napoli nel 2000, ha conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne all’Università Federico II di Napoli e la magistrale in Italianistica all’Alma Mater di Bologna. Ha frequentato per diversi anni il laboratorio di scrittura creativa Lineascritta guidato da Antonella Cilento. Nel 2020, con il racconto Meduse, ha vinto il Premio Campiello Giovani. “La Cecilia” è il suo romanzo di esordio, finalista alla XXXVII edizione del Premio Italo Calvino.

Daniela Vellani

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