Napoli, al Teatro Bolivar: L’empatia ha la voce delle cose che restano

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foto di Ersilia Marano

“Empatia – L’arte di saper abitare le emozioni”: Andrew Faber e Carlo Valente al Teatro Bolivar di Napoli, tra fragilità, memoria, amore e gentilezza.

«Empatia è non svegliare chi sta sognando. Alcune speranze sono fragili, alcune illusioni servono per respirare. Non tutto va spezzato, non tutto va riportato alla realtà».

Forse bisognerebbe cominciare proprio da qui. Da queste parole che sembrano chiedere al mondo un po’ più di delicatezza. Da quella capacità, sempre più rara, di avvicinarsi alla vita degli altri senza fare rumore, senza pretendere di aggiustare tutto, senza avere necessariamente una risposta.

È da qui che prende forma “Empatia – L’arte di saper abitare le emozioni”, lo spettacolo di Andrea Zorretta, in arte Andrew Faber, accompagnato dalla sensibilità musicale del maestro Carlo Valente, andato in scena sabato 31 ottobre al Teatro Bolivar di Napoli. Un titolo che è già una dichiarazione d’intenti: non dominare le emozioni, non metterle a tacere, ma imparare ad abitarle, a riconoscerle come stanze della nostra vita. Un incontro tra parole e note che attraversa proprio quelle stanze più intime, dove custodiamo le nostre paure, le assenze, i ricordi e tutto ciò che, nonostante il tempo, continua a farci battere il cuore.

Al centro c’è l’empatia. Non quella raccontata come una qualità da esibire, ma quella che si impara vivendo, sbagliando, perdendo qualcosa e qualche volta persino perdendo se stessi. “Saper abitare le emozioni” significa allora concedere un posto anche a quelle più scomode: la paura, la nostalgia, la stanchezza, il lutto. Senza scacciarle in fretta, senza pretendere di essere sempre forti.

Faber la racconta partendo dalla propria storia, senza nascondere le fragilità, i periodi bui, l’ansia e quella sensazione di attraversare il mondo senza pelle, con tutti i nervi scoperti. Parla delle persone altamente sensibili, le PAS, che nella sua personale interpretazione diventano persone altamente speciali. Persone che sentono tutto, talvolta troppo, che percepiscono anche ciò che gli altri non riescono a dire.

«Chi ha l’anima a fior di pelle vede tutto, sente tutto».

E forse è proprio questa la chiave dello spettacolo: raccontare la sensibilità non come qualcosa da correggere, ma come una possibilità diversa di abitare il mondo. Anche quando fa male. Anche quando il peso delle emozioni diventa difficile da sostenere.

C’è un passaggio particolarmente intenso, quello dedicato al bambino che ha imparato troppo presto a essere adulto. Il bambino bravo, responsabile, quello che non disturbava, che comprendeva gli altri prima ancora di comprendere se stesso. Quello che sorrideva anche quando avrebbe voluto piangere.

Faber torna idealmente da quel bambino, lo cerca, gli si siede accanto e gli chiede scusa per tutte le volte in cui lo ha lasciato solo a diventare grande. È uno dei momenti in cui la parola teatrale smette quasi di essere racconto e diventa riconoscimento. Perché dentro quel bambino possono ritrovarsi tante persone, soprattutto quelle che hanno imparato a chiamare forza il proprio silenzio.

Poi arriva il buio. Quello dell’ansia, della paura, degli attacchi di panico. Faber lo racconta attraverso un’immagine sorprendente, il Sottosopra di Stranger Things: un mondo identico al nostro, ma senza luce, freddo e spaventoso. Una metafora capace di dare forma a qualcosa che spesso è difficile persino spiegare.

Eppure, anche in quel buio, lo spettacolo non rinuncia mai a cercare una via d’uscita. Non promette felicità immediata, non distribuisce facili rassicurazioni. Piuttosto, invita a credere che possa esistere ancora un cielo dall’altra parte.

È quando il racconto entra nella dimensione familiare, però, che le parole acquistano una tenerezza particolare.

La malattia del padre, il tempo trascorso ad assisterlo, il dolore di veder cambiare lentamente una persona che per tutta la vita era stata un punto di riferimento. Il figlio che diventa, in qualche modo, padre di suo padre. Le mani che un tempo proteggevano e aggiustavano ogni cosa e che, improvvisamente, hanno bisogno di essere aiutate.

È un racconto di amore e di perdita, ma soprattutto di presenza. Di quella forma di coraggio che non ha niente a che vedere con la durezza e che Faber racchiude in una riflessione semplice e potente: «La vera forza è quella che non urla».

Poi, quasi senza accorgersene, ci si ritrova dentro una casa, una domenica mattina.

Sono le otto quando squilla il telefono. È sua madre. Ha preparato i pomodori con il riso, le patate al forno, e vorrebbe il figlio a pranzo. Lui è stanco, ha dormito male, inizialmente rifiuta. Poi ci ripensa.

Da quel momento il racconto diventa un piccolo universo di gesti quotidiani. La pasticceria, i diplomatici, le scale di casa, il profumo del pranzo, le finestre da sistemare, gli oggetti che prima aggiustava papà. E ancora, una coperta sulle gambe, un sonno condiviso sul divano, una madre che chiede al figlio di tornare anche il sabato successivo, perché qualche volta la notte, da sola, fa paura.

È probabilmente uno dei momenti più emozionanti dell’intero spettacolo.

Non accade nulla di straordinario, eppure accade tutto. C’è la nostalgia di ciò che non torna, la tenerezza di ciò che resiste, il dolore di una sedia vuota e la bellezza immensa di potersi ancora dire: ci vediamo sabato.

Faber riesce a trasformare una domenica qualunque in un luogo della memoria nel quale ciascuno può riconoscere qualcosa di proprio. Un odore, una voce, una cucina, qualcuno che non c’è più o qualcuno che abbiamo ancora la fortuna di poter abbracciare.

E quando il racconto finisce, arriva una delle riflessioni più significative della serata: gli spettatori non erano realmente in quella casa, eppure l’hanno vista, abitata, sentita. Hanno condiviso emozioni che non appartenevano alla loro esperienza.

È questa, forse, la dimostrazione più bella dell’empatia. E anche della forza del teatro: per qualche minuto, abitare le emozioni di un altro come fossero una stanza aperta anche per noi.

A rendere ancora più autentico il percorso è la capacità di Faber di passare dalla commozione all’ironia, senza che l’una tolga verità all’altra. Ci sono le battute su se stesso, gli episodi divertenti, il rapporto viscerale con i gatti, la vecchia Ford Focus e un autoritratto che racconta un uomo fragile, romantico, contraddittorio, capace di ridere delle proprie imperfezioni.

La leggerezza non interrompe l’emozione, le permette di respirare.

Accanto a lui, Carlo Valente accompagna questo viaggio con una presenza musicale discreta ma essenziale. La musica non riempie semplicemente le pause: raccoglie ciò che le parole lasciano sospeso, dà spazio ai silenzi, qualche volta alleggerisce, altre volte rende ancora più profonda una confessione. Tra i due si percepisce una complicità costruita nel tempo, fatta di ascolto reciproco, ironia e fiducia.

Le canzoni diventano così un’altra maniera di raccontare. C’è l’amore che arriva quando si pensava di non averne più bisogno, quello che sorprende dopo una separazione e dopo la solitudine, quello che non pretende la perfezione ma desidera conoscere anche le fragilità dell’altro.

E c’è l’amore per il mondo, quello che obbliga a guardare oltre la propria vita.

Faber non dimentica le guerre, i civili uccisi, i bambini privati del futuro, l’indifferenza con cui troppo spesso si osserva il dolore quando sembra abbastanza lontano da non riguardarci. La sua riflessione sulla pace non cerca risposte politiche, ma richiama una responsabilità profondamente umana: non abituarsi alla sofferenza degli altri.

«Io voglio credere che ci salveremo non in massa, ma uno ad uno, con le mani sporche e il cuore intero».

È una speranza ostinata, quasi controcorrente. La stessa che attraversa il discorso sulla gentilezza, forse uno dei nuclei più importanti dello spettacolo.

«La gentilezza è un atto di resistenza quotidiana».

Una frase che resta addosso perché rovescia l’idea che essere gentili significhi essere deboli. Al contrario, Faber racconta la gentilezza come una scelta difficile, da rinnovare ogni giorno, soprattutto quando la vita ci ha feriti e sarebbe più semplice rispondere al dolore con altro dolore.

È qui che lo spettacolo trova il suo significato più ampio, e il suo titolo acquista tutto il suo peso: abitare le emozioni non vuol dire lasciarsi travolgere, ma imparare a stare con ciò che sentiamo senza diventare insensibili per difenderci; non lasciare che le delusioni ci rendano incapaci di amare; non vergognarci di quella parte di noi che continua a commuoversi.

La scrittura di Faber è fortemente emotiva, ricca di immagini, ripetizioni e metafore. Talvolta insiste sugli stessi sentimenti, ma questa insistenza appartiene anche alla natura dello spettacolo, che cerca più la partecipazione emotiva che una costruzione narrativa rigorosa. La sua forza sta nella vicinanza, nella capacità di far sembrare ogni confessione una conversazione personale.

E così, tra un sorriso e una lacrima, si arriva al saluto finale.

«Salvate i pazzi e i sognatori».

Salvate chi continua a vedere bellezza dove gli altri vedono soltanto disincanto. Salvate i romantici, gli artisti, i bambini, chi ascolta, chi si emoziona, chi trova ancora il coraggio di essere tenero.

È un augurio, ma anche una richiesta. Quella di non smarrire la nostra umanità.

Alla fine, ciò che resta di questa serata non è soltanto la bellezza delle poesie o l’intensità della musica. Restano una madre con la bocca sporca di zucchero, un padre che continua a vivere nei gesti del figlio, un bambino che finalmente può smettere di essere forte, due gatti che riportano un po’ di vita dentro una casa silenziosa, una piccola luce che arriva quando sembrava impossibile ricominciare.

Restano soprattutto le parole. Quelle che avremmo voluto dire, quelle che non abbiamo detto in tempo e quelle che possiamo ancora scegliere di regalare a qualcuno.

Perché forse l’empatia è proprio questo: avere il coraggio di entrare, anche solo per un istante, nella vita di un altro e uscirne con un po’ più di amore per la propria.

Ersilia Marano

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