Intervista ad Alessandro Zurla per il debutto de “Le cronache del lupo”

Da doppiatore a scrittore, il passo è breve per Alessandro Zurla. Attore e direttore di doppiaggio bolognese, conosciuto per aver dato voce a molti personaggi delle serie anime più amate, nonché a personaggi di videogiochi acclamati come Assassin’s Creed e Call of Duty, ha pubblicato lo scorso 7 dicembre “Le cronache del lupo”.

Acquistabile in formato digitale online, Le cronache si presenta come un racconto fantasy-horror d’ispirazione Sword & Sorcery, un tipo di fantasy dai connotati ruvidi, facilmente declinabile in un mix di elementi sovrannaturali, scene crude ed emozioni veritiere. Zurla per il romanzo guarda all’ironia di Molière, per incastrare scene cupe alla Lovecraft, in una cornice dai toni sinistri per un viaggio del protagonista che promette di arrivare a dai risvolti inquietanti.

Curiosi per le premesse iniziali, abbiamo chiesto al creatore del Lupo di Ferro come dal fantasy abbia sperimentato il genere Sword & Sorcery all’interno de Le cronache del lupo, ma anche qualche curiosità in più.

Le premesse sono di un mix tra fantasy ed horror, ma di cosa parla “Le cronache del lupo”?

Le cronache del Lupo è il primo racconto basato sulle avventure di Lupo di Ferro, un cercatore: vale a dire un avventuriero che vende la propria spada e il proprio ingegno per recuperare oggetti preziosi di varia natura. La storia è ambientata in un continente immaginario chiamato Quadrilatero e ci farà fare la conoscenza di uomini, donne e creature di ogni risma. L’elemento horror contribuisce a  rendere le componenti puramente fantasy e medievaleggianti più sinistre, con un tocco a la Lovecraft (con le debite proporzioni). L’avventura in cui si troverà invischiato Lupo di Ferro avrà infatti risvolti inquietanti, che coinvolgeranno altri insieme a lui.

 Come definiresti Lupo di Ferro? Che tipo di protagonista è?

Come quasi tutti i protagonisti del genere Sword & Sorcery Lupo di Ferro è un antieroe, un individuo che pensa innanzitutto a se stesso e che non si fa molti scrupoli a togliere di mezzo chi lo minaccia. È un abile spadaccino, ha dalla sua un fisico imponente e ha fatto esperienze di ogni tipo.  Ama il rischio e godersi i piaceri più carnali della vita. Al contempo è un personaggio che nasconde un aspetto più profondo, un animo buono, caratteristica che non gli permette di accettare certi tipi di     soprusi perpetrati ai danni di chi non può difendersi. Sarà proprio questo suo lato “più tenero” a cacciarlo, volente o nolente, in una situazione più grande di lui e che ovviamente affronterà a modo suo! Al suo fianco inoltre si trova Stigo, un piccolo ometto che compensa la sua scarsa prestanza fisica con una mente acuta e altre risorse.

Definisci il romanzo come “un omaggio al genere Sword & Sorcery”, ovvero un tipo di genere fantasy improntato su vicende vicine al protagonista legate ad elementi sovrannaturali.      Come nasce l’idea di approcciarsi a questo sottogenere?

Sono da sempre appassionato di fantasy, o meglio del fantastico nelle sue varie declinazioni. Più vado avanti nell’esplorazione di mondi altri più ho scoperto di sentirmi attratto da una sorta di essenzialità, da non confondere con la semplicità, e da un’impronta autoriale nella scrittura. Lo Sword & Sorcery possiede la caratteristica di essere un genere sporco e verace e, al contempo, di uscire dai cliché delle opere di largo consumo. Pur avendo infatti delle caratteristiche specifiche e rifacendosi per l’appunto a una letteratura “di genere”, possiede in sé una grande dote di libertà non           solo creativa ma anche di contenuti. Vi ritrovo una sorta di approccio obliquo rispetto ad alcuni modi di intendere la creazione di mondi fantastici, meno standardizzato e meno forzatamente articolato o artificioso. Non è privo di cliché, ma li trovo meno abusati rispetto all’impiego di altre figure come, ad esempio, elfi e draghi. Inoltre da quando collaboro con il sito hyperborea sto scoprendo tanto di più su questo mondo e scopro come ogni autore abbia personalità e stili veramente unici. C’è sempre una visione poetica specifica dietro ad ogni corpus letterario di ogni singolo scrittore, che si tratti di testi dall’impronta fiabesca, cavalleresca o barbarica. Senza contare che lo Sword & Sorcery ha influenzato e formato l’immaginario di tantissimi artisti con cui sono cresciuto e che amo: da gruppi musicali come i Virgin Steele e i nostrani Rhapsody, a illustratori come Frazetta e Brom, ai vari epigoni cinematografici di Conan il barbaro ecc.

 Avendo la possibilità di chiederlo all’autore, viene spontaneo chiedersi: come nascono Le cronache del lupo?

Come un racconto breve che doveva servire da semplice svago. Volevo scrollarmi di dosso la pesantezza di alcuni anni dedicati alla creazione del mio primo romanzo lungo (tuttora in attesa di pubblicazione). Mi sono vagamente ispirato a un vecchio videogioco chiamato Deathtrap Dungeon e da lì sono partito con il creare una scena, a caso. Per puro diletto. Poi alla fine, contrariamente alle mie aspettative, mi sono ritrovato ad aggiungere personaggi, contesto, eventi e ne è venuta fuori una trama più articolata. Ma è filato tutto liscio, mi sono sempre divertito durante ogni fase della scrittura. E alla fine sono arrivate le cronache!

 Il lavoro nel mondo del doppiaggio e come attore quanto ha influenzato il libro?

Parecchio! Il mio bagaglio di esperienze e di formazione come attore mi ha influenzato molto sia nel delineare i personaggi sia nel farli interagire tra loro. Quasi tutte le scene sono concepite con un’ottica teatrale, per così dire; i comportamenti dei personaggi sono giustificati dai rispettivi obiettivi, dalle loro storie personali e dagli ostacoli che si trovano di fronte. Anche dal punto di vista del ritmo e dell’estetica ho composto le scene in un’ottica che fosse sì da regista, ma anche da attore, vale a dire di chi quelle scene le vive in prima persona. Inoltre io trovo spassosissimo Molière e mi piace pensare di essere riuscito a far filtrare un briciolo di quell’ironia e di quella magnifica musicalità in qualche dialogo de Le cronache del Lupo.

 A questo punto, com’è approcciarsi alla scrittura?

Complementare rispetto al lavoro di attore-doppiatore, nel senso che una disciplina va a influire sull’altra e viceversa. Al tempo stesso entrambe hanno la caratteristica di trarre in inganno: magari tu sei convinto di stare recitando benissimo una scena o di aver scritto un capitolo potentissimo ed efficacissimo, poi alla fine qualcuno da fuori ti fa notare che quello che stai comunicando in realtà non corrisponde affatto all’idea che avevi. Può essere destabilizzante all’inizio, ma il succo è imparare a guardare anche da fuori quello che fai, affrontare da diversi angoli e prospettive un linguaggio che evidentemente devi ancora imparare a gestire, in base a quelli che sono i tuoi punti di forza e le tue debolezze.

Pensi che continuerai con altri scritti, magari sempre sul genere fantasy?

Il romanzo che ho già in cantiere è sempre un fantasy, anche se meno “caciarone” rispetto alle cronache; è un low fantasy dalle tinte parecchio cupe in cui l’elemento sovrannaturale è ridimensionato, seppur fondamentale. Inoltre al momento sono al lavoro sul secondo capitolo delle cronache, sempre ambientato nel Quadrilatero ma che offrirà un punto di vista diverso, per rimanere in tema con la mia risposta di prima. Poi in futuro chissà… Intanto cerco di concretizzare quello su cui sono già all’opera. Per ora sono comunque contento di essere riuscito a fare il mio debutto!

Roberta Fusco

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