Avvincente e intenso lo spettacolo “Niente è come sembra” di Patrizia Di Martino

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foto Ersilia Marano

Ci sono spettacoli che raccontano una storia e altri che riescono a raccontare un’esistenza. “Niente è come sembra”, il monologo interpretato, adattato e diretto da Patrizia Di Martino e ispirato al racconto “La fidanzata dell’anno scorso” della scrittrice greca Zyranna Zateli, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Andato in scena sabato 30 maggio alle ore 21,00 e domenica 31 maggio 2026 alle ore 19,00, al Teatro Sala Molière di Pozzuoli, all’interno dello spazio ArtGarage diretto da Nando Paone, lo spettacolo ha rappresentato il gran finale della stagione 2025/2026, dedicata agli ultimi, ai diversi e alle esistenze meno raccontate. Un percorso artistico racchiuso nel claim “La versatile creazione di Dio”, che trova in “Niente è come sembra” una delle sue espressioni più intense e significative.

La protagonista vive sola, circondata da oggetti accumulati nel tempo, rifugiata in una stanza che rappresenta al tempo stesso protezione e prigionia. È una donna che ha deciso di prendere le distanze dalla società, che guarda con diffidenza e disincanto. La sua casa è diventata un guscio, un luogo dove custodire ricordi, ferite e frammenti di vita.

Eppure quella che inizialmente appare come una scelta di libertà si rivela ben presto qualcosa di più complesso. La protagonista sembra aver rinunciato agli altri, ma non ha mai smesso di desiderarli. Perché, come suggerisce lo stesso spettacolo, l’essere umano può scegliere la solitudine, ma difficilmente riesce a rinunciare al bisogno di essere amato.

Attraverso un racconto che alterna ironia, leggerezza e momenti di intensa commozione, emergono poco alla volta le tappe della sua esistenza. C’è il ricordo di una relazione importante e controversa, una storia d’amore che ha attirato giudizi e incomprensioni. Un amore imperfetto, segnato anche dal tradimento. L’uomo che ama la tradisce, ma non se ne va. Resta. E proprio questa ambiguità diventa uno degli aspetti più interessanti della narrazione.

Non esistono eroi o colpevoli assoluti. Lo spettacolo preferisce raccontare la complessità dei sentimenti, mostrando come l’amore possa convivere con il dolore, la delusione e perfino con il perdono. La protagonista continua ad amare nonostante le ferite, perché ciò che cerca non è la perfezione ma una forma autentica di vicinanza umana.

La scelta di Patrizia Di Martino di adattare proprio un racconto di Zyranna Zateli non appare casuale. La scrittrice greca ha spesso raccontato personaggi femminili sospesi tra desiderio di appartenenza e bisogno di fuga, donne che vivono l’amore, la memoria e la solitudine come esperienze totalizzanti. Anche ne La fidanzata dell’anno scorso il ricordo sentimentale assume una dimensione quasi poetica e, per certi versi, ossessiva, diventando il luogo in cui il passato continua a vivere e a influenzare il presente.

Non è difficile ritrovare questa stessa tensione nella protagonista di “Niente è come sembra”, che continua a dialogare con le proprie assenze, con gli amori perduti e con le ferite mai completamente rimarginate. Una tensione che sembra racchiusa in una delle immagini più evocative associate alla scrittura della Zateli: il desiderio di «liberarsi dal peso e dalla vaghezza di un mondo pieno di contrasti». È una frase che sembra attraversare l’intero spettacolo e che restituisce perfettamente il bisogno della protagonista di costruire un rifugio lontano dai giudizi, dalle convenzioni e dalle incomprensioni che l’hanno accompagnata per tutta la vita.

Ma il cuore più profondo dello spettacolo non è soltanto la relazione amorosa. È il rapporto con la famiglia e, soprattutto, con la madre.

La parola “famiglia” ritorna più volte nel racconto e raramente assume una connotazione rassicurante. Al contrario, appare come il luogo della ferita originaria. La protagonista ne parla spesso con amarezza, quasi con disincanto, come se proprio coloro che avrebbero dovuto amarla incondizionatamente fossero stati incapaci di comprenderla davvero. In alcuni passaggi emerge con forza una riflessione dolorosa: a volte chi dovrebbe amarti di più è proprio chi finisce per ferirti maggiormente.

La figura materna domina il racconto pur senza apparire mai fisicamente in scena. È una presenza costante, uno sguardo che continua a inseguire la protagonista anche quando decide di lasciare la propria città e costruirsi una nuova vita altrove. Una madre giudicante, incapace di riconoscere fino in fondo il valore della figlia, il cui peso emotivo continua a influenzare le sue relazioni e il suo modo di stare al mondo.

Lo spettacolo suggerisce con grande delicatezza come certe ferite familiari non si chiudano mai del tutto. Restano dentro, condizionano le scelte affettive, alimentano insicurezze e solitudini. Il bisogno di essere accettata che accompagna la protagonista sembra nascere proprio da quella mancanza originaria.

Ed è qui che emerge tutta la forza interpretativa di Patrizia Di Martino.

Pur essendo sola in scena, l’attrice riesce a costruire un mondo popolato di persone che non vediamo mai. La madre, i familiari, l’uomo amato, le figure del passato prendono forma attraverso la sua voce, i suoi silenzi, i cambi di tono, gli sguardi e una straordinaria capacità di evocazione.

Emblematica è la presenza di una semplice sedia vuota. Un elemento scenico essenziale che nelle mani dell’attrice si trasforma in qualcosa di vivo. Di Martino le gira attorno, la sfiora, la accarezza, la osserva, la sposta. A volte sembra cercare un dialogo, altre volte un confronto, altre ancora una carezza mai ricevuta.

Quella sedia diventa il luogo delle assenze. Diventa la madre, l’amore perduto, la famiglia, il bisogno di essere riconosciuti. E il risultato è sorprendente: lo spettatore finisce per vedere realmente quelle presenze invisibili. È uno di quei rari casi in cui il teatro riesce a trasformare il vuoto in materia viva.

Accanto alla parola, un ruolo fondamentale è affidato al corpo. Patrizia Di Martino danza, canta, cambia abiti, indossa cappelli che sembrano rappresentare identità e stati d’animo differenti. Nulla appare decorativo. Ogni gesto contribuisce a raccontare il mondo interiore della protagonista.

La danza diventa il linguaggio dell’anima. Attraverso il movimento emergono la passione, il desiderio, il dolore, la malinconia e la solitudine. I momenti coreografici non interrompono il racconto, ma lo proseguono su un piano emotivo più profondo. Nei movimenti attorno alla sedia si legge il bisogno di contatto, la nostalgia di ciò che è stato perduto e la ricerca continua di una forma di amore capace di guarire le ferite.

Anche il canto assume una funzione particolare. È come se la protagonista trovasse nella musica uno spazio di libertà assoluta, un luogo in cui poter esprimere ciò che le parole non riescono a contenere.

Ed è proprio qui che lo spettacolo assume una dimensione fortemente contemporanea.

La donna raccontata da Patrizia Di Martino è una persona che paga il prezzo della propria autenticità. Rifiuta le convenzioni sociali, si sottrae ai modelli imposti, cerca disperatamente di restare fedele a se stessa. In una società che spesso giudica chi è diverso e premia l’omologazione, la sua vicenda assume un valore universale.

La solitudine che attraversa l’intero spettacolo non è soltanto quella di una donna chiusa in una stanza. È la solitudine di chi non si sente compreso, di chi continua a cercare il proprio posto nel mondo, di chi desidera essere accolto senza dover cambiare la propria natura.

In fondo, la stanza piena di oggetti in cui vive la protagonista non è soltanto il simbolo dell’accumulo. È il tentativo di riempire vuoti affettivi che nessuno è riuscito a colmare davvero. Ogni oggetto diventa memoria, compagnia, rifugio. Un modo per resistere a un mondo percepito come ostile senza rinunciare completamente al desiderio di amare e di essere amata.

Al termine dello spettacolo, l’emozione non resta confinata alla finzione scenica. Patrizia Di Martino torna a essere se stessa e, visibilmente commossa, condivide con il pubblico alcune riflessioni sul lavoro appena concluso. Racconta di aver custodito questo testo per anni prima di decidere di portarlo in scena e lascia intendere che potrebbe essere l’ultima volta che interpreta questo monologo. Uno spettacolo complesso, controverso, profondamente personale, che forse tornerà in un cassetto in attesa di capire quale sarà il suo futuro.

Le sue parole, accompagnate dalle lacrime e dall’emozione del momento, aggiungono un ulteriore livello di autenticità a quanto appena visto. Perché si ha la sensazione che il viaggio della protagonista e quello dell’attrice si siano incontrati più volte lungo il percorso creativo.

Alla fine, ciò che resta non è soltanto il ritratto di una donna eccentrica, ferita o sola. Resta l’immagine di una persona che, nonostante il giudizio della società, le incomprensioni della famiglia, il peso di una madre mai davvero lasciata alle spalle e le delusioni dell’amore, continua ostinatamente a cercare una forma di verità.

Una donna che si rifugia nella sua stanza, nei suoi oggetti, nella musica, nella danza e nei ricordi, ma che non smette mai di interrogarsi sul bisogno umano di essere amata.

E forse è proprio questa l’immagine più potente che “Niente è come sembra” consegna agli spettatori: quella di una donna che, nonostante tutte le sue ferite, non ha mai smesso di abitare la propria anima.

Ersilia Marano

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