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CTF21: “Carmine Verricello. Una storia vera”, intervista ad Alberto Mele e Marco Montanino

Lunedì 28 giugno, alle ore 22:30, nel Giardino Paesaggistico di Porta Miano del Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli, nell’ambito della XIV edizione del Campania Teatro Festival diretto da Ruggero Cappuccio, L’isola di Ted debutta con “Carmine Verricello. Una storia vera”,  realizzata con il sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano.

Lo spettacolo è scritto e diretto da Alberto Mele e Marco Montecatino, e a loro abbiamo fatto delle domande che vi proponiamo in questa sentita e interessante intervista.

 

Lunedì 28 giugno debuttate con “Carmine Verricello. Una storia vera”, com’è nata l’idea di mettere in scena quest’opera?

Come sempre facciamo, siamo partiti da qualcosa che abbiamo amato, che ci ha ispirato. In questo caso si è trattato del film LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA, di Craig Gillespie, che racconta la storia di un ragazzo insegue la sua libertà e finisce per fidanzarsi con una real doll. Abbiamo cominciato da lì.  E poi abbiamo dato vita a Carmine Verricello, immergendolo nei nostri universi che sono spesso fatti di solitudini, di scelte sbagliate, di bisogni anelati con tutta la forza che si ha, di margini geografici e una febbricitante voglia di raccontare un tempo senza tempo.

Gli argomenti trattati sono delicati e non semplici da esporre al pubblico: iniziamo con il rapporto morboso tra fratelli. Qual è stato l’approccio teatrale?

Definirei il nostro approccio teatrale, un vero NON APPROCCIO. Nel senso che l’applicazione delle nostre idee, non parte propriamente della piattaforma Teatro. Si poggia più su di un piano ambiguo, in cui si innestano narrativa, poesia, cinema, filosofia dei super eroi e personaggi della cronaca, perlopiù quella nera. Forse il vero elemento teatrale che cerchiamo di non lasciare mai per strada, è quella che riguarda la comicità. Qualsiasi sia la storia che raccontiamo, qualsiasi sia il tragico ambire dei personaggi, facciamo sempre in modo che l’arma del dissacrare possa calarsi su qualsiasi argomento o fatto. Circa il rapporto fra fratelli, non lo consideriamo più morboso di altri rapporti di dipendenza e di necessità. Anzi, a dire il vero, pensiamo che non esistano rapporti determinanti per gli esseri umani, che non abbiano in sé diversi gradi di morbosità.

Poi il tema della malattia mentale o comunque di problemi correlati ad essa…come avete fatto a trovare la giusta “dose” per renderlo coinvolgente?

La dissacriamo, prima di tutto. Appunto. Crediamo che non esista argomento che non si possa raccontare in modo parossistico. L’esperienza umana cerchiamo di definirla sempre partendo da elementi primordiali. I bisogni primari mischiati al naturale evolversi dell’intelletto, sono l’unica arma per combattere questa deriva sociale e civica. In ogni nostra opera c’è un’indagine nella follia. Ma non tanto come diagnosi patologica, quanto piuttosto come inusuale riparo da questa insana omologazione. E poi il concetto di malattia mentale è ancora troppo volatile. Basti pensare che non più di 120 anni fa si riceveva un trattamento con l’elettroshock anche solo per qualche scatto d’ira.

 

La difficoltà del rapporto con l’altro sesso, che in quest’opera porta a relazionarsi con una Real doll uno dei due fratelli, e la conferma della solitudine dei nostri giorni?

È una sorta di paradosso. Diremmo che oggi la società va verso espedienti decisamente più virtuali, anche in quest’ambito. Usare una real doll è per noi il segno della nostra malinconica vecchiaia.

 

Il gioco della vita è davvero così difficile e complicato che ha portato ad una regressione dell’umanità?

Più che regressione, lo vediamo come movimento circolare. Quello che DARK (serie Tv di Netflix che amiamo) spiega per il Tempo, noi lo intendiamo per l’evoluzione. Oggi pensiamo all’uomo delle caverne come un uomo regredito, primitivo, mancante di millenni evolutivi, alla base di una scalinata lunghissima. Noi preferiamo ragionare in termini sferici.

 

Qual è stata la parte più difficile di questo lavoro e quanto di prezioso vi resta di questa esperienza?

Trovare i mezzi, sicuramente. “Il teatro si fa con una sedia”, è la frase con cui Marco Montecatino mi prende più in giro. Il fare teatro è una prerogativa che lui mi sta insegnando ad amare, anche se finge che non sia così. Tra l’altro io, vivendo su di una sedia, non potevo far altro che capitare in questo mondo.

Ci resterà il tempo meraviglioso speso insieme alla nostra squadra per architettare ogni singola componente che rende viva un’idea: le scene, i costumi, le foto, le luci gli aiuti di ogni genere e soprattutto le performance meravigliose degli attori che abbiamo scelto.

 

Progetti futuri, qualche anticipazione?

Abbiamo da poco terminato la sceneggiatura di un cortometraggio e siamo in contatto con varie figure per poterlo girare. Alcuni dei nostri spettacoli saranno in cartellone in vari teatri l’anno prossimo, ma visti i bui tempi covidiani, lasciamo alla superstizione il gioco del silenzio. Il 28 Giugno è la data più vicina su cui rimettere aspettative, ansie e una grossa curiosità.
Grazie mille!

Dunque a noi non resta che attendere la data imminente e godere dello spettacolo che con tanta passione e attenzione hanno realizzato Alberto Mele e Marco Montanino.

 

Paola Improda

 

Info: https://campaniateatrofestival.it/spettacolo/carmine-verricello/

CARMINE VERRICELLO una storia vera

Lunedì 28 giugno, alle ore 22:30, nel Giardino Paesaggistico di Porta Miano (ingresso da Porta Miano) del Museo e Real Bosco di Capodimonte.