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“Il quaderno di Verbiest” di Isaia Iannaccone, un bel viaggio nell’Asia e nella Cina del ‘600

Se vuoi leggere un romanzo che ti avvince, t’incuriosisce, nutre la mente e allarga il tuo bagaglio culturale, sicuramente “Il quaderno di Verbiest” di Isaia Iannaccone è quello giusto.

Il testo, pubblicato nel 2019 con Libreria Editrice Orientalia (248 pagine, euro16,00), si legge di un fiato, dona emozioni, crea momenti di suspense o piacevole attesa e, perché no, in diversi momenti diverte.

Ambientato nel ‘600, nato da una conoscenza profonda, nonché grande amore, della storia dell’Asia e della Cina, è un’opera che, grazie ad un’accurata documentazione di avvenimenti, fatti, personaggi, può definirsi un romanzo storico. Al tempo stesso non mancano elementi fantastici e magici che ne conferiscono una connotazione fiabesca. Alcune funzioni di Propp sono infatti presenti: protagonista e antagonista, donatore, mandante, aiutante, allontanamento, superamento di prove, elementi magici, partenza, lotta, divieto, esecuzione di compiti, difficoltà, punizioni, smascheramenti, comprese le ripetizioni di situazioni e azioni proposte con ironia e familiarità.

Insomma la storia e la realtà si fondono abilmente con la fantasia in una narrazione fluida, raffinata e fresca che suscita interesse e curiosità e induce il lettore a proseguire la lettura per assaporare la narrazione di fatti, usanze, rituali ambientati in un contesto storico e geografico affascinante e a tratti scabroso e drammatico.

Le descrizioni sono accurate e ricche di particolari al punto da vedere scenari, assistere a lotte, sentire odori e suoni, immaginare volti come i fotogrammi di un film. “pagine in cui si rincorrono presente e passato in una nube di avvenimenti tragici e di interrogativi dilanianti…”

Anche il racconto nel racconto, una sorta di “mise en abîme”, costituisce un elemento di pregio e di ricchezza espositiva. Verbiest, come Scherazade nella “Mille e una notte”, si salva la vita narrando storie intriganti e avventurose della sua esistenza e di quella di Marco Polo.

Sulla quarta di copertina viene presentato il protagonista del romanzo con alcune righe di un diario che Vierbiest, il sacerdote gesuita in missione, “appunta su un quadernuccio sbrindellato”: “Sterminata e pietrosa terra dei Tartari… Anno del Cane 1682, mese di aprile o, forse maggio, Ferdinand Verbiest, nativo di Pittem nelle Fiandre Spagnole, missionario della Compagnia di Gesù, direttore dell’Ufficio Imperiale di Astronomia in Pechino, inizia a scrivere…”

Il sacerdote gesuita (Pittem 1623-Pechino 1688) matematico, astronomo, inventore, costruttore di strumenti scientifici e anche di cannoni, autore di mappe geografiche fu molto apprezzato dall’imperatore Kangxi, “diecimila anni al grande Kangxi”, che lo nominò direttore dell’Osservatorio Astronomico Imperiale. Da qui l’ispirazione del romanzo. Verbiest per rientrare a Pechino intraprende un percorso sconosciuto e pericoloso durante il quale troverà rifugio in “un accampamento- villaggio che dir si voglia”. Qui su consiglio della sua guida narra i racconti “salva-vita” agli abitanti “A sera, tutti intorno a me, seduti in cerchio. Gli uomini in prima fila, accanto al fuoco, i baffi rigidi, masticavano erbe che li rendevano allegri. Più in là, dove la luce delle fiamme arrivava a stento, al confine con il regno delle tarantole, erano accoccolate le donne con i bambini piccoli in braccio e i più grandicelli accanto. Imbacuccate nei loro fazzoletti dai colori sgargianti, si coprivano con coperte di cammello, e bevevano burro fuso addolcito col miele. Mentre gli uomini erano pronti ad ascoltare impettiti e zitti, le donne avevano già iniziato a sorridere e a commentare sottovoce” (formula rigorosamente ripetuta ad ogni inizio di racconto).

I personaggi che ruotano intorno al gesuita presentano peculiarità stuzzicanti e intriganti: il kahn Belgutai e la sua prima moglie Jaqa, la bella e affascinante consorte più giovane Qulan, Zhenzhen dal viso metà giovane e metà vecchio che col tintinnio dei suoi sonagli individua ciò che il destino ha stabilito, i fratelli Jelme e Duwa e altri.

Interessanti i riferimenti al Tantrismo, al Buddismo e ad altre religioni e filosofie messe a confronto con pensieri e analisi profonde di grande saggezza. Così come interessanti sono le riflessioni sulle dicotomie esistenziali, sulla concezione del tempo, sui ricordi “ricordi, ricordi, ricordi. Valanghe di ricordi. I ricordi possono consolare. O complicare la vita…”, sulla nostalgia, sulla malinconia e sui valori della vita.

Si tratta dunque di un romanzo di grande bellezza e spessore culturale. L’autore napoletano, Isaia Iannaccone, chimico e sinologo che vive a Bruxelles, è specialista della storia della scienza cinese e della storia dell’incontri tra l’Europa e la Cina, membro dell’International Academy of History of Scienze, ha pubblicato quattro romanzi: L’amico di Galileo, Il sipario di giada, Lo studente e l’ambasciatore e Il dio dell’I-Ching che hanno ricevuto consensi da parte dei lettori, due dei quali best-seller internazionali. Per il giornale online Chine Files redige la rubrica di storia “Pillole di Cina”.

 

Daniela Vellani

 

 

 

 

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