Napoli, al Teatro Bellini, applausi per Massini ne “L’interpretazione dei sogni”

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foto di Ersilia Marano

Al teatro Bellini di Napoli, dal 12 al 17 marzo, è in scena “L’interpretazione dei sogni” di Stefano Massini, che porta il pubblico in un viaggio esplorativo nel mondo della psicanalisi attraverso la vita ed il lavoro di Sigmund Freud. La messa in scena è accompagnata dalla suggestiva musica di Enrico Fink, eseguita dal vivo da Saverio Zacchei, Damiano Terzoni e Rachele Innocenti.

Nel 1891, Sigmund Freud, già rinomato per i suoi studi sull’isteria, riceve una descrizione sorprendente da parte di sua figlia: mentre lo osserva analizzare le persone, lo vede come un ladro che entra furtivamente nelle case attraverso le finestre per esplorare le loro menti. Da questa metafora si combina con l’errore continuo della cameriera Betta della famiglia Freud nel pronunciare il suo cognome come “Froid”, associato al concetto di freddo. Freud interpreta questo errore come un segno di vulnerabilità della cameriera, per cui sente il bisogno di proteggersi dalla sua indagine psicoanalitica. Questo episodio lo porta a comprendere che le associazioni mentali, simili a quelle nei sogni, sono complesse e significative. Utilizzando questi insight, Freud riesamina le sue stesse paure, tra cui la fobia per il pollo che si era sviluppata in seguito ad un incidente di gioventù. Realizzando che la vera fonte della sua ansia era legata alle sberle, riesce a superare la sua fobia. Queste scoperte lo spingono ad iniziare lo studio sull’interpretazione dei sogni, dove trova che questi possono rivelare profonde verità nascoste o censurate ed offrire una via per esplorare l’inconscio.

Salgono in scena i pazienti del dottor Freud, che può essere anche definito il medico dei sogni. I suoi pazienti non li vediamo e ci vengono raccontati attraverso le loro storie ed il loro vissuto tra il mondo reale e quello onirico perché la realtà ed il sogno sono sempre e comunque stanze comunicanti.

Questo scenario evoca potenti immagini della psiche umana in lotta continua con le proprie paure, conflitti e demoni interiori. I pazienti di Freud rappresentati come ombre, suggestioni viventi, incarnano le profonde ansie e le percezioni distorte che possono plasmare la nostra realtà. La domanda sul ricordo e sulla sua natura se sia una rappresentazione accurata del passato o una costruzione della mente, riflette la complessità della memoria umana ed il ruolo della psicanalisi nel sondare i meccanismi dietro di essa: “dietro la Prussia c’è la Cina” – dice il padre della psicanalisi – e bisogna andare a stanarla la Cina, portarla alla luce per guarire dalle proprie fobie, andando incontro alle verità più profonde e al tempo stesso più dolorose. Viene raccontata e messa in scena, la storia di una paziente di Freud che sente di morire ogni giorno, sembra vivere una battaglia costante dentro di sé. È commovente come cerchi di superare le sue paure ed i suoi traumi. Quando Freud le consiglia di smettere di combattere ed arrendersi alla vita, sembra suggerire che accettare la realtà potrebbe essere la chiave della sua guarigione. È un messaggio potente, quello di smettere di guerreggiare ed abbracciare la vita. Quando si parla di abbracciare la vita, viene spiegato da Freud anche il concetto delle parti interne di noi stessi: la parte bambina e la parte adulta. È interessante notare come entrambe abbiano paura, sia che si tratti del buio per il bambino o della morte per l’adulto. Queste paure hanno radici comuni. Per guarire, è importante che queste due parti di noi si incontrino e si accordino, unendo la vulnerabilità del bambino con la saggezza dell’adulto. È un passo significativo verso la guarigione, come lo è il concedersi la libertà di giocare: “per favore, posso uscire a giocare?” .

Freud sottolinea l’importanza di rimuovere le corazze e le maschere per vivere autenticamente. Ognuno ha le proprie “dittature” come quella del sorriso, della rabbia, della tristezza. Per vivere autenticamente dobbiamo liberarcene, trasformando le censure e i divieti del passato in un abbraccio vitale. I sogni sono l’occhio, ma al tempo stesso sono una via e rappresentano la materia viva ed anche se possiedono un linguaggio nascosto, interpretarli è un’operazione semplice ed indispensabile.

La trasposizione teatrale de “L’interpretazione dei sogni” di Freud, benché non sia un romanzo ma un trattato analitico, risulta efficace grazie alla capacità di Massini di sintetizzare il linguaggio prolisso del padre della psicanalisi, rendendo accessibile, a tutti, una teoria complessa. Lo spettatore si sente coinvolto e partecipe, invitato a fare una riflessione profonda su se stesso e sui propri sogni. Il costante richiamo all’individuo, nel pubblico, rende lo spettacolo una sorta di analisi collettiva, impossibile da eludere grazie alla presenza dell’occhio gigante che osserva e riflette l’anima dei presenti. È un invito a viaggiare dentro la propria anima “perché c’è sempre qualcosa di terribile ma al tempo stesso di meraviglioso quando decidi di guardarti dentro”.

Stefano Massini si dimostra un eccellente divulgatore del pensiero freudiano, combinando il ruolo di narratore esterno, psicanalista e vari personaggi con grande maestria ed intensità. La passione per l’argomento traspare chiaramente in uno spettacolo ben costruito e strutturato, dove luci, scene e proiezioni si integrano perfettamente con il racconto fluido di Massini. La sua capacità di coinvolgere senza generare confusione è evidente, con solo alcune eccezioni in cui la voce del paziente viene proiettata in modo creativo. Le storie, non necessariamente collegate tra loro, consentono al pubblico di rimanere concentrato senza perdersi nel testo: in pratica è uno spettacolo in cui non ci si distrare per non perdersi di vista. La musica di Enrico Fink, eseguita dal vivo con maestria da Zacchei, Terzoni e Innocenti, aggiunge un’ulteriore dimensione emotiva allo spettacolo di Massini. Le loro performance non solo separano le diverse storie narrate, ma creano anche un legame emotivo più profondo con il pubblico, enfatizzando ed amplificando le emozioni trasmesse dalle parole di Massini. È come se la musica diventasse un linguaggio parallelo, arricchendo e completando l’esperienza teatrale in modo impeccabile. Lo spettacolo si chiude con il grido di una bestia, con l’urlo disperato di un bambino spaventato e solo, con quell’occhio gigante che riflette e si specchia nelle fragilità umane. È un messaggio potente, evocativo ed ancestrale: è la voglia di vivere, è quella voce interiore che urla, è quell’incubo che ci spinge a salvarci la vita, è il coraggio di restare a guardare e a guardarsi perché la verità è l’unica via, è l’unica strada per liberarsi dalle paure antiche andando incontro alla nostra natura vera ed autentica.

Ersilia Marano

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