La 26esima edizione del MedFilm Festival vince la sfida anche in versione virtuale

Si è conclusa ieri la 26esima edizione del MEDFILM FESTIVAL, dedicato, come ogni anno, alla promozione e diffusione del Cinema Mediterraneo.

Sono stati presentati 70 film di 30 paesi diversi, di cui 38 anteprime nazionali, 4 anteprime internazionali ed 1 anteprima mondiale, tutto in streaming online grazie alla partnership con la piattaforma Mymovies.it
Molti gli eventi speciali tenuti sui canali social del festival, come l’omaggio a Rossana Rossanda tenutosi giovedì 12 o la Masterclass con l’attore iraniano Babak Karimi, di venerdì 13 novembre.
Lo sforzo è stato enorme, spostare un evento così ricco ed articolato dal reale al virtuale è stato un atto di coraggio ed un regalo per noi assetati di cinema e cultura, ora più che mai.
C’è da dire però che la mancanza del cinema, inteso come contenitore di questo genere di eventi, è stata tanta. Come sono mancate le interviste vis a vis con i registi e gli attori, ma anche il confronto con lo stesso pubblico, che rendono questi eventi davvero speciali e che ci danno la percezione reale di quanto un film sia un prodotto artigianale, frutto di una sensibilità umana, qualità peculiare del cinema d’autore.

Il festival è stato articolato in 7 sezioni: i film in concorso ufficiale; i film fuori concorso; la retrospettiva sull’Algeria DEMAIN, ALGERIE; la sezione Le perle; il concorso internazionale di cortometraggi; i cortometraggi fuori concorso ed infine l’IX edizione del Lux Film Days ( dal 18 al20 novembre sempre su mymovies.it ).

Ecco cosa ci ha colpito di più.

SEZIONE CONCORSO UFFICIALE

Ghosts, ( HAYALETER) film di esordio della regista Azra Deniz Okyay, ci mostra una Istanbul diversa dalla narrazione classica a cui siamo abituati.
Siamo in un ghetto periferico della città, in un giorno di blackout elettrico totale, le vite di tre donne e di un uomo losco si intrecciano per questioni di droga.
Da un lato c’è la nuova Turchia che sta avanzando sempre più con i suoi alberghi ed edifici lussuosi, distruggendo a mano a mano pezzi di città vecchia; dall’altro la periferia poverissima dove si cerca di sbarcare il lunario.
C’è una giovane ballerina che puntualmente viene licenziata da ogni nuovo lavoro; una mamma in cerca di soldi per aiutare il figlio incarcerato ingiustamente; un’attivista per i diritti umani che insegna un mondo diverso ai suoi piccoli allievi e a loro si contrappone un uomo cinico e senza scrupoli, disposto a tutto per soldi e potere.
Un film interessante ed appassionante, che ci mostra un lato inquietante della Turchia contemporanea.

Careless crime (JENAYAT-E BI DEGHAT) di Shahram Mokri è un film nel film (nel film).
Pellicola contorta e complicata, a tratti ridondante, partendo dall’incendio del 19 agosto del 1978 del cinema Rex di Abadan, racconta la storia di quattro uomini che nella Teheran di oggi, a distanza di più di 40 anni, vogliono a loro volta dare fuoco ad una sala cinematografica dove stanno proiettando proprio Careless crime (Un crimine impreciso).
Il regista, procedendo a più livelli narrativi e temporali, ci mostra le giornate dei singoli personaggi – principali e secondari – da tutti i loro punti di vista, includendo anche la proiezione di un crimine impreciso, con un andirivieni così frenetico tra la storia principale ed il film nel film, da far perdere a tratti l’orientamento.
Un film indiscutibilmente originale.

SEZIONE FUORI CONCORSO

Senza alcun dubbio NARDJES.A di Karim Aïnouz è un film che va visto.
Girato in un solo giorno, l’8 marzo 2019 ad Algeri interamente con uno smartphone, il film mostra l’intera giornata di Nardjes durante la manifestazione contro la candidatura, per la 5 volta consecutiva, del presidente Abdelaziz Bouteflika.
Ci sembra quasi di essere lì con Nardjes o di guardare una diretta streaming di uno dei principali social network: è una mega manifestazione che abbraccia tutte le fasce dì età e di sesso. È una manifestazione pacifica, viscerale, emozionante e compatta. Tutti cantano a squarciagola inni che rivendicano libertà e pace creando una colonna sonora straordinaria.
La storia personale della protagonista poi, figlia di ex militanti durante la guerra di indipendenza, ci fa capire quanto siano profonde le radici di questo movimento e che forte senso di appartenenza Nardjes ha verso la sua Patria, l’Algeria, magistralmente riassunto nelle battute finali del film:

“L’ALGERIA SIGNIFICA TUTTO PER LA SUA GENTE, SIGNIFICA TUTTO PER ME.
VOGLIO DIRVI SOLO QUESTO
VOI NON CI CONOSCETE
VI RIFIUTATE DI GUARDARCI
NON SAPETE COSA VOGLIAMO
[….]
E IO? IO VI CONOSCO BENE
VOI CI SOTTOVALUTATE.
IO E LA MIA GENERAZIONE ABBIAMO SOFFERTO 20 ANNI PER COLPA VOSTRA O ANCHE DI PIÙ
IO NON DIMENTICO, E RIBELLE COME SONO POSSO DIRVI CHE NÉ A ME NÉ ALLA MIA GENTE IMPORTA DI VOI

NON AVETE MAI PARLATO CON NOI E NOI NON PARLEREMO MAI CON VOI.
NOI? NOI PARLIAMO ALL’ALGERIA DI DOMANI ”

E allora perché non ci affacciamo proprio di fronte a noi, giusto dall’altro lato del Mediterraneo? Proviamo una volta ad ascoltare veramente cosa hanno da dirci gli altri.
Un film che parla dritto al cuore e che vuole essere un omaggio al nonno del regista Aïnouz, di madre brasiliana e padre algerino.

SEZIONE CORTOMETRAGGI FUORI CONCORSO

60 days di Giorgia Flore, racconta i 60 giorni di lockdown ( marzo-aprile) di una famiglia sarda della provincia di Oristano alle prese con i DPCM, le ordinanze, i metri consentiti per il jogging e la mancanza di normalità.
Un documentario che ci mostra una realtà di soli pochi mesi fa, ma ci sembra già lontana anni luce, anche se pare non voglia lasciarci più-

Per il filone Corti dalle carceri, PUGNI CHIUSI. IL PUGILATO IN CARCERE di Alessandro Best, ci mostra un percorso riabilitativo di eccellenza del carcere di Bollate.

Da sempre lo sport sa essere leva per un riscatto sociale, ma in questo caso l’aspetto che più emerge è quello emotivo: la voglia di fare bene per cambiare, per avere un’altra possibilità anche quando si pensa di non averne più.
Finalmente è messo in evidenza il vero scopo della detenzione, cioè riabilitativo e non punitivo, anche se nella nostra società sempre più feroce sembra quasi che questa opzione non sia più ammessa.

 

Paola Improda