“L’uomo che uccise Don Chischiotte”, non delude il film di Terry Gilliam

È arrivato nelle sale cinematografiche il 27 settembre il film di Terry Gilliam, ispirato al Don Chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes, il cavaliere errante e folle che da secoli incarna il prototipo del sognatore utopico, grottesco e drammaticamente inattuale, già nel suo tempo. Il regista statunitense, ormai naturalizzato britannico, è noto per le sue pellicole di genere fantastico-avventura, tra le quali ricordiamo “Le avventure del Barone di Manchausen”, “L’esercito delle dodici scimmie”, “Parnassus. L’uomo che voleva ingannare il diavolo.”

“L’uomo che uccise Don Chischiotte” è la sua tredicesima regia ed ha avuto una stesura lunga e tormentata, atteso dai suoi fan da circa un ventennio, quando si era iniziato il lavoro pensando a Jonny Depp nelle vesti del protagonista. Girato in Spagna, bellissima la fotografia, sembra rimandare continuamente all’autobiografico fra la leggenda del cavaliere senza macchia e senza paura. Il protagonista Toby, interpretato da Adam Driver, è un regista geniale ed egocentrico: durante la direzione del suo ultimo film su Don Chisciotte si inerpica nella stessa Spagna dove aveva girato il suo primo film da studente, l’incrocio più o meno fortuito con i protagonisti di quella vecchia pellicola girata ai suoi esordi e i ricordi di un tempo in cui l’entusiasmo guidava il suo lavoro. Il vecchio Don Chisciotte (Jonathan Price) è impazzito e, dopo tanti anni, crede d’essere davvero il cavaliere errante di Cervantes, la giovane Dulcinea (Joana Ribeiro) obnubilata dal sogno di fuggir via dal suo paesino per divenire un’attrice, è diventata invece una escort. Il regista si trova tra una serie di rocambolesche avventure, tra sogni onirici e realtà che si alternano continuamente e nelle vesti dello scudiero Sancho Panza!

Ovviamente non mancano le lotte con i mulini a vento, le pazzie in nome dell’amata Dulcinea, le visioni, i rimandi, le allusioni. Presente e passato, sogno e realtà si fondono in un film visionario, surreale, dove si intravede il giudizio sul vuoto degli ambienti cinematografici.

Il valore dei sogni è ciò che emerge fra la crudeltà delle vicende; la salvezza arriva unicamente nella follia che prevarica in tutto il film, tra risate vere e amare, il filo conduttore che spesso si fa fatica a seguire se non ci si lascia andare.

Lucia Dello Iacovo