Califfato, la miniserie di Netflix tra thriller e introspezione

Tempo di quarantena e di Serie tv. Questo Netflix lo aveva capito bene già un mese fa quando lanciava sulla propria piattaforma alcuni prodotti particolarmente validi sotto forma di mini serie. Un format che agevola la “scorpacciata” visiva, il cosiddetto “binge watching”, permettendoci di guardare più episodi in un minor tempo. Come era già successo con“Unorthodox” (vai alla recensione), un’altra mini serie, stavolta di produzione svedese, è rientrata immediatamente tra le più viste. Si tratta di Califfato, disponibile su Netflix dal 18 Marzo scorso.

In otto episodi, ognuno della durata di 30-40 minuti circa, Califfato è un thriller che tiene lo spettatore incollato allo schermo grazie a una sapiente gestione dell’intreccio: i vari filoni narrativi sono distribuiti in modo da convincere chi guarda a spingersi immediatamente alla puntata successiva.  Prodotta da  Company Filmlance International Imaginarium Films, diretta da Goran Kapetanović, e scritta da William Behrman e Niklas Rockström, Califfato si aggiunge al panorama delle nuove serie di produzione nordeuropèa come Quicksand (Svezia), Ragnarok (Norvegia, Danimarca) e The Rain (Danimarca).

Ambientato nel 2015, Califfato espone le trame e le macchinazioni dietro alla preparazione di un attentato. Procedendo dal generale al personale, ci mostra come ideali apparentemente lontani riescano a infiltrarsi nella società occidentale.

Tra Stoccolma e Al-Raqqa. La Trama: Pervin vuole scappare da Raqqa per garantire un futuro migliore a sua figlia neonata, ma è sposata con Husam, un militante dell’ISIS, ed il suo unico spiraglio di salvezza è collaborare con Fatima un’agente svedese che le offre una via di fuga in cambio di informazioni sull’attività del marito. Intanto la minaccia del fondamentalismo islamico si ramifica anche a Stoccolma, dove tre liceali vengono attratte dalla propaganda fondamentalista di un insospettabile infiltrato. Le vite di queste donne ruotano attorno allo stesso perno, l’ombra incombente di un attentato, il doppio volto del califfato arabo. Tuttavia i singoli punti di vista sono ben differenziati tra loro: quello di Pervin, convinta ad abbandonare la Svezia ed ora schiava di un sistema che riduce le donne al ruolo di madri e spose,  quello di Sulle, Kerima e Lisha, affascinate dall’idea di vivere secondo i precetti del “vero” Islam.

Allo stesso tempo il personaggio di Fatima Zukic, l’ambiziosa poliziotta che cerca di salvare Pervin, rivela ciò che si cela nel dietro le scene di un’investigazione condotta con metodi non propriamente ortodossi. Fatima è consuamta dal senso di responsabilità verso la sua fonte che si espone a rischi potenzialmente mortali e allo stesso tempo vuole fare giustizia, dimostrando ai suoi superiori di esserne capace.

Interessante è la prospettiva sulla realtà dei “foreign fighters”, i combattenti europei che decidono di convertirsi all’Islam e di aderire alla lotta dell’ISIS. Meno nota è la vicenda delle donne che vengono strumentalizzate dagli estremisti per servire lo Stato Islamico. Nel raccontare entrambi questi aspetti Califfato si pone come serie innovativa. La lente di ingrandimento posta su Sulle, Kerima e Lisha, mostra i sentimenti, i dubbi, il contesto familiare di comuni adolescenti che vengono gradualmente attratte in un vortice di ideali distorti. L’introspezione c’è, contrariamente a ciò che sostiene parte della critica, ed è sostenuta da ottime interpretazioni attoriali.

Wilhelm Behrman, co-creatore della serie con Nikolas Rockström, ha rivelato a Variety che “Tutto è cominciato con uno scatto diffuso dalla stampa internazionale, che mostrava tre ragazze inglesi in fuga dalle loro famiglie per unirsi all’ISIS. “Ero così sconvolto”, ha raccontato Behrman, “Forse perché ho una figlia che la stessa età. Ho capito che dovevo scrivere qualcosa. E Niklas era d’accordo con me, così creammo Califfato.”

Califfato non è una serie che spicca per estetica o per gli effetti visivi. Al contrario le luci, le ambientazioni, i costumi, sono estremamente naturali e realistici. L’effetto è quello di un’immagine per nulla satinata o spettacolare ma raccontata senza cedere ad abbellimenti di sorta. Il sottofondo risulta polveroso, esattamente come le strade di Raqqa, sottolineando un sentimento di inquietudine comune a tutti i personaggi.

Una mini serie riuscita, dal ritmo serrato tipico del thriller, tutto sommato ben fatta. Penalizzata forse solo da un finale lasciato parzialmente in sospeso. Appassionante e per nulla noiosa, cattura nel suo ritmo lo spettatore.

 

 

Il cast e i relativi personaggi interpretati:

  • Gizem Erdogan – Pervin El Kaddouri
  • Aliette Opheim – Fatima Zukic
  • Nora Rios – Sulle Wasem
  • Amed Bozan – Husam El Kaddouri
  • Yussra El Abdouni – Lisha Wasem
  • Arvin Kananian – Nadir Al-Shahrani
  • Lancelot Ncube – Ibrahim “Ibbe” Haddad
  • William Legue – Omar Soudani
  • Simon Mezher– Suleiman Wasem
  • Amanda Sohrabi– Kerima
  • Albin Grenholm – Calle
  • Marcus Vögeli – Jakob Johannisson
  • Nils Wetterholm – Emil Johannisson

 

Silvia Barbato