“Perzechella e Serafina… e li cunti di Papilluccio”: intervista ad Anita Pavone

a890f650-df27-49ee-b469-4e81a41e6f46

 

Intervista all’’attrice Anita Pavone alla vigilia dello spettacolo “Perzechella e Serafina… e li cunti di Papilluccio”.

Abbiamo intervistato l’attrice Anita Pavone alla vigilia dello spettacolo “Perzechella e Serafina… e li cunti di Papilluccio” che la vedrà protagonista assieme a Tiziana Tirrito e Guido Fazio e che si terrà presso il teatro Arcas il 12 febbraio alle ore 21.00 e il 14 febbraio alle ore 19.00. Lo spettacolo, omaggio a Raffaele Viviani, nasce dalla collaborazione di Anita Pavone e Tiziana Tirrito con il presidente di Legambiente Parco Letterario Vesuvio Onlus.

Benvenuta a “DifferenteMente” e complimenti per la tua intensa attività artistica. Sei una donna affascinante, ecclettica e versatile. Attrice e autrice di teatro, a quando risale il tuo esordio?

Grazie a voi e grazie per una descrizione della mia personalità così generosa. Io mi ritengo solo una donna di passione e quel che faccio nasce dal mio amore per la vita e dalla mia necessità di vivere immersa nella bellezza, e l’arte è bellezza. Non voglio rischiare di cadere nella retorica, ma di sicuro una società che non investe nella cultura e nell’arte è una società destinata a generare anime scure, immerse nel buio interiore e nell’ignoranza intellettuale. Tutti abbiamo la responsabilità di tentare di costruire un mondo migliore. Il governo taglia fondi proprio a quel bene che dovrebbe proteggere e sul quale dovrebbe investire, e così chiudono i teatri, i cinema, i negozi di libri e di dischi, i beni archeologici cadono nell’abbandono, nel degrado e gli artisti si scontrano con infinite difficoltà per tentare di dare “voce e corpo” alla propria creatività.

Mi chiedevi a quando risale il mio esordio?  Beh, diciamo che avevo 16 anni quando entrai in una prima compagnia stabile, giravamo con lo spettacolo di cabaret per i locali “IN” di Napoli, e ricordo che l’impatto con il pubblico fu entusiasmante. L’amore per il teatro è nato in me, già da piccolissima  e  Il teatro era per me un luogo magico, uno spazio emotivo di condivisione.

 

Dove nasce il lavoro dell’attore?

Ogni esperienza creativa lascia tracce profonde e ti cambia nell’intimo, per me il teatro è vita, è scavare nei sentimenti umani con umiltà, con rispetto, lasciando che gli stessi cerchino, dentro te, il “tuo” modo di rielaborali. Per intenderci: devi sperimentare il dolore per poterlo far rivivere nelle tue rabbie o nelle tue sospensioni, devi inebriarti di amore per poterlo raccontare nei tuoi sguardi, devi avere speranze, delusioni, sogni realizzati e sogni infranti per poter dar vita ai tuoi gesti pieni di forza reale e concreta! Per dirla in breve: devi “essere” quella cosa, non “imitare” la cosa stessa!   La mia formazione si rifà alla scuola di  Stanislavskij, di Eugenio Barba, di Peter Brook, ed il Maestro che per primo mi condusse, tanti anni or sono, in questo viaggio di conoscenza fu Michele Monetta. Un vero maestro di mimo corporeo, della tecnica Decroux e della commedia dell’arte. Il corpo è così strumento e tramite per raggiungere prima se stessi e poi lo spettatore. La voce è un tutt’uno con il gesto, che anche se interiore, è sempre presente. Da anni sono anche l’autrice dei miei testi, e quando mi calo nel “viaggio” creativo della scrittura teatrale, posso assicurarti che la drammaturgia ha già di per sé una sua anima. Non mento e non esagero se ti racconto che mentre scrivo, mi emoziono, piango, rido, soffro, gioisco.

 

La tua attività artistica spesso è legata a finalità sociali che mirano al recupero delle risorse di Napoli come “Tu scendi dalle scale” che, oltre a visite guidate e passeggiate alla scoperta delle “Scale”, prevedono spettacoli e performance con narrazioni e canti, frutto di ricerche storiche. Ce ne parli?

Tocchi un argomento a me caro, il recupero, o almeno il tentativo di sensibilizzazione collettiva delle risorse di Napoli, e non solo quelle storico- architettoniche. Si, di passaggi importanti ne ho vissuti tanti: intrighi e storie di Castel Capuano, racconti legati al Cimitero delle Fontanelle,  il palazzo De Liguoro, di origini cinquecentesche, agli spettacoli scritti per precisi percorsi pedonali dapprima tutti a cura dello “Sguardo che trasforma”, poi in collaborazione con Legambiente Parco Letterario Vesuvio Onlus, nati da impegnative ricerche su materiale storico della città. “Tu scendi dalle scale” è stata una rassegna che ha visto coinvolte molte associazioni che lavorano per il recupero del territorio urbano, rassegna molto seguita da RAI 3. Un’operazione artistico/culturale molto interessante, frutto di approfondite ricerche, performance portate in vita dall’impegno di guide professioniste, attori, danzatori, scrittori, musicisti, coordinatori. Il progetto ha abbracciato molti dei  200 percorsi pedonali, considerando che a Napoli esistono 135 scale e 69 gradinate.

Sold out un mese fa al Pan e grande successo si preannuncia all’ Arcas, con “Perzechella e Serafina” nuovamente in scena. Questa volta però le due protagoniste ci parlano di Raffaele Viviani.

Concedimi due parole sui personaggi di questo format, frutto di un costante lavoro di ricerca. Perzechella e Serafina sono due cantastorie, maschere senza tempo. I testi nati per “questi due personaggi surreali” nascono da vicende reali, mitologiche o leggendarie, legate alla storia del nostro popolo, interpretati rigorosamente  in napoletano. Perzechella sono io e Serafina è interpretata dalla mia insostituibile compagna di scena, l’attrice Tiziana Tirrito, nonché amica cara nella vita di tutti i giorni. Lo spettacolo presentato al Pan ci ha viste in scena,  accompagnate da altre due maschere, sempre di mia creazione: Lucrezia e Dolcespina. Nello specifico erano la cantante Giovanna Panza e la musicista Mariella Pandolfi.

Questo weekend  saremo al Teatro Arcas  con “Li cunti di Papilluccio” omaggio a Raffaele Viviani. Questo è uno spettacolo che ci emoziona molto, perché è come se il Maestro ci guardasse dall’alto. Quando nacque questo testo, non volevo fosse un semplice reading dedicato all’autore, e così ho scritto una serie di dialoghi che raccontano la vita di Papilluccio, da quando nacque a quando si ammalò, e lo spettacolo ne risulta poetico e viscerale. In questo lavoro teatrale siamo accompagnate dalla fisarmonica del maestro Giulio Fazio, la cui  bravura a cercare sonorità acustiche di grande impatto sonoro, riempie di vibrazioni emotive lo spazio scenico. Il pubblico, come rapito dal desiderio di conoscenza del “personaggio” Viviani,  ci segue in questo viaggio, lì dove  lo scugnizzo, l’uomo, l’attore, lo scrittore, il compositore, il regista, furono sempre un tutt’uno. “Papilluccio” resta un autore moderno perchè fu un artista completo e sensibile dialettale. Le sue “creature” erano gente del popolo, gente comune, quella stessa gente che combatte ogni giorno tra mille difficoltà, proiettata ad affrontare la vita pur conservando una visione sottilmente ironica e marcatamente consapevole che come scrisse lui stesso: “ una è ‘a guerra ca ce spetta, e purtoppo l’imm’a fa: chella llà ca tutt’ ‘e juorne se cumbatte pè campà!” (R. Viviani)

Qual è la tua migliore qualità ed il tuo peggior difetto?

La mia migliore qualità?  Che domanda difficile! Si, diciamo forse la mia duttilità, l’essere una persona con una visione possibilista del divenire, della vita stessa. So di possedere un’anima in continua trasformazione, o meglio sono consapevole che nulla è statico, e questo senso del continuo movimento interiore mi dà un approccio dinamico alle vicende del vivere quotidiano. Il mio peggior difetto? Facile! Sono estremamente pignola! Cerco sempre la disciplina, l’impegno viscerale che prevede rinunce e sacrifici, ed è per questo che non sempre godo dell’approvazione degli altri, perché  a volte sono “rompigliona,” concedimi questo termine diciamo “poetico!”

I prossimi lavori ti vedranno ancora nelle vesti di Perzechella?

Certo, ho già in cantiere, quello mentale intendo, il prossimo “viaggio narrativo” che vedrà coinvolte le due cantastorie, Perzechella e Serafina, in un altro cammino attraverso secoli di storia della nostra città. Ma, concedimi il silenzio, sai, non si racconta di un progetto quando l’embrione è ancora una cellula in via di sviluppo.

Ad un giovane che volesse intraprendere la carriera artistica che consiglio daresti?

Dare consigli non è il mio forte, sicuramente la carriera artistica necessita di passione, quella vera, altrimenti al primo insuccesso (cosa che capita a tutti durante il percorso formativo) si tende ad abbandonare questa difficilissima strada. Eppure è proprio quando incontri le prime difficoltà che capisci come sfidarti e crescere. Non ascoltare mai le critiche distruttive dei falsi amici, analizza quel che ti vien detto con umiltà, ma ricorda che questo è un mondo in cui spesso ognuno pensa di essere migliore di un altro, solo l’umiltà rende le persone sincere e vere. Se credi in te, e sei onesto, con la tua arte intendo, e fai tutto il possibile, ma veramente tutto il possibile per diventare bravo e crescere, va avanti per la tua strada e lascia che gli altri perdano il loro tempo a giudicarti. Prima o poi una strada per esprimere il tuo essere la trovi. E studia! Questo il più grande mio consiglio.

Un saluto cordiale a voi tutti di DifferenteMente.

 

Di Daniela Vellani