Al Sancarluccio, Antonella Morea è in scena con:”…Io la canto così…!”

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Antonella Morea (Io la canto così)

 

Nuovo Teatro Sancarluccio

via S. Pasquale a Chiaia 49 -Napoli

14-15 marzo

 

Associazione culturale IL TORCHIO

 

ANTONELLA MOREA

“…Io la canto così…!”

omaggio a Gabriella Ferri.

di Fabio Cocifoglia e Antonella Morea

 

con documenti tratti dal libro

“Gabriella Ferri – SEMPRE “

della Iacobelli Edizioni

curato da Pino Strabioli e Seva Borzak

 

regia Fabio Cocifoglia

 

chitarra  Edo Puccini       fisarmonica/violino  Vittorio Cataldi

 

costumi Canzanella CTN    oggetti di scena Antonio Cece e Carla Merone   foto di scena Gaetano Pappalardo

 

Nel suo romanzo “Opinioni di un clown” Heinrich Boll  dice “…sono un clown e faccio collezione di attimi.”  Questa frase si accende tutte le volte che penso a Gabriella Ferri,  artista inimitabile e quasi impossibile da raccontare.  Se chiedi agli amici di Gabriella Ferri, a chi l’ha conosciuta e a chi  ha lavorato con lei un aggettivo per raccontarla ti rispondono:  “Uno solo? S’incazzerebbe!”

Dicono di lei: Era un pagliaccio straordinario, un pagliaccio di razza…Veramente l’amica ideale, ti dava tutto… Dove cantava, ecco, lì era il centro del mondo… La disperazione degli autori… Un po’ un pazzariello… Uno sguardo dolce e disperato  che non si può sfuggire… Era la maschera con cui lei nascondeva tutto, tutto quel macello … Molto sensibile, molto ansiosa… Molto severa con se stessa… Impegnativa…  Ogni sua  frase era un urlo lanciato al mondo… Donna bellissima che non aveva paura di imbruttirsi… Eccentrica… Feroce… Bizzosa… Terribile… Anticonformista… Libera… Rivoluzionaria…  Troppo in tutto… Una grande madre, una grande moglie, una grande amante…  Verace…  Testaccina… Romanesca…  Come un San Pietrino… Rauca…  Perturbante, conturbante, turbante…  Senza pelle… Straordinaria… Forse solo nelle sue canzoni riusciamo a cogliere quegli attimi vissuti e collezionati dal suo animo di grande artista.

Fabio Cocifoglia

 

“…ci metterò un fiore!”

Un giorno passeggiavo per le strade di Roma, entro in un negozio e vedo lei, Gabriella Ferri, il mio mito da ragazzina. Piena di bracciali, collane, anelli, tutta colorata…come sempre. Ma quasi non la riconoscevo. Sembrava non riuscisse nemmeno a parlare. Com’è possibile? Stavo quasi per andarle incontro, come ad una persona di famiglia, come ad una sorella più grande che non vedi da tanto tempo. E mentre sto per andare mi vedo riflessa in uno specchio del negozio. Ora siamo in tre. La mente è volata a quando mi vestivo tale e quale a lei, capelli rigorosamente biondi con la frangia, trucco da trincea, sacchi di trucco, il rimmel sugli occhi due linee di filo spinato, il fondotinta un campo minato. “E voglio vedere quando mi espugnano, sono come Gabriella Ferri, io!” Così dicevo. E così mi chiamavano per gioco gli amici “la Gabriella Ferri napoletana”. Erano per me quelli anni duri, di trasformazione,  di battaglia. E lì mi sono resa conto che per Gabriella Ferri la battaglia non era ancora finita. Manteneva la posizione eroicamente. Confusa, forse, ma sempre in piedi. Più tardi a casa mi sono interrogata sul perché di tanto malessere, di tanta confusione. Ho trovato solo una “non risposta” efficace nelle parole del figlio di Gabriella Ferri, Seva, che chiudeva un intervista con una frase della mamma presa dal suo diario intimo: “Ho nella testa confusione? … ci metterò un fiore!”     Un’altra “non risposta” efficace l’ho trovata solo nelle sue canzoni che voglio cantare perché siano  il mio fiore per Gabriella Ferri, una donna, un’artista a cui non finirò mai di dire grazie perché… mi ha dato tanto!

Antonella Morea

 

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