Fuori dal Canone: Armine e la pluralità della Bellezza

Armine Harutyunyan è una modella di origini armene di ventitrè anni. Recentemente inserita da Gucci tra le 100 modelle più sexy del mondo, Armine è stata vittima di insulti e critiche relative al suo aspetto fisico. Un’ondata di bodyshaming che sottolinea l’urgenza di riaprire ancora una volta il dibattito sul vero significato della bellezza e sulla sua rappresentazione. 

Una bellezza affilata: occhi magnetici, naso aquilino e labbra sottili che curvano maliziosamente il sorriso. Armine Harutyunyan ha carisma da vendere, ma non rientra certamente nel canone di bellezza contemporaneo. In un panorama mediatico fatto di volti simmetrici e forme che strizzano l’occhio a Jessica Rabbit, era prevedibile che una bellezza “imperfetta” e penetrante come quella della modella armena non sarebbe stata univocamente capita.

E infatti, è bastato poco prima che i profili social della modella si riempissero di commenti brutali e pieni d’odio, dando inizio ad una lapidazione mediatica fatta di bodyshaming, maschilismo e odio razziale. “Sembra una scimmia”, “La donna più brutta del mondo”, “Ma tu ci usciresti a cena?”, sono solo alcuni dei commenti alle foto pubblicate da Armine su Instagram. Un giudizio pronunciato (in maniera disgustosa) su un volto la cui unica “colpa” è la sua unicità.

Solo pochi mesi fa Armine Harutyunyan è stata protagonista della sfilata per la collezione Gucci primavera/estate 2019. Il tema dell’evento, ideato dal direttore creativo della Maison Alessandro Michele, era “La debolezza dell’individuo, sottomesso al potere dei più forti”. Armine ha aperto la sfilata indossando una camicia di forza. Ironico come, pochi mesi dopo, la ventitreenne armena sia stata vittima di un tentativo di repressione della propria immagine. L’obiettivo del bodyshaming è questo, annullare un’immagine che non viene accettata.

Sebbene alla luce della risposta mediatica del “fenomeno Armine”, il messaggio di Gucci sembri acquistare ancora più potenza, è necessario insistere nel  proporre nuove forme di bellezza.

BELLEZZA PLURALE

E’ tempo di riaprire il dibattito sulle bellezze differenti, promuovendo l’inclusività, rappresentando donne e uomini reali, con la consapevolezza che i canoni estetici cambiano in base al contesto culturale, sociale, temporale.

Del resto, Armine non è  la prima modella a rivoluzionare il mondo della moda sovvertendone l’estetica dominante. Naomi Campbell nel 1988 è stata la prima donna di colore ad apparire sulla copertina di Vogue. Kate Moss, appena entrata nel mondo della moda nel 1990, non riusciva a trovare ingaggi a causa della “bassa” statura (168 cm) e della spiccata magrezza. Ashley Graham è stata tra le prime modelle curvy di fama mondiale a promuovere il movimento “Body Positive” per l’accettazione delle diverse forme fisiche. Winnie Harlow è la prima modella affetta da vitiligine a calcare le passerelle di brand internazionali.

Ciò che la vicenda di Armine mette in luce è la necessità di riaprire il dibattito sulla bellezza, su cosa sia realmente degno di suscitare una fascinazione sull’osservatore.

La componente soggettiva ha un ruolo primario nel distinguere tra ciò che riteniamo bello e ciò che non lo è. “La bellezza non sta nella cosa guardata, ma nello sguardo“, lo sosteneva Andrè Gide e come lui lo hanno dichiarato i filosofi, da Platone a Hume. E se consideriamo la seduzione come un attributo intrinseco della bellezza, sarà facile intendere come, anche etimologicamente, ciò che è bello è ciò che seduce, ovvero ciò che riesce a “se-ducere”, condurre a sé. Tutto ciò che suscita un sentimento capace di attrarre a sé, trasportare,  commuovere, raccontare una storia. In questo senso Armine Harutyaunyan è sicuramente tra le donne più seducenti che vedrete.

Dalla Venere di Milo ai recenti movimenti per la normalizzazione di una bellezza “multiforme”, ciò che le nuove generazioni sembrano aver capito è che amare le proprie peculiarità è più saggio che mirare a modelli irrealistici ed omologati.

In una celebre scena di American Beauty (1999) Riky mostra a Jane “la cosa più bella che abbia mai filmato”. Durante l’intero film ogni scena chiave è sottolineata dalla presenza delle rose rosse, il simbolo della bellezza perfetta, eppure ciò che Riky mostra a Jane non è un fiore, non è il clichè dell’amore romantico, ma il volo trascinato dal vento di una busta di plastica. La bellezza è ciò che di più segreto riusciamo a scorgere nella banalità di ogni giorno. E forse Armine, Ashley, Winnie e tutte le donne che si battono per la promozione di una rappresentazione inclusiva del corpo, hanno capito prima di tutti che la vera bellezza è nella straordinarietà dell’ordinario.

 

Silvia Barbato