Intervista a Francesco Galardo, autore di Default e L’algoritmo del male

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Il suo romanzo Default, pubblicato da Homo Scrivens, ha ottenuto in poco più di un anno numerosi riconoscimenti tra premi, menzioni speciali e segnalazioni di merito, accompagnati da motivazioni particolarmente lusinghiere. Anche L’algoritmo del male, uscito recentemente con la stessa casa editrice, sta già raccogliendo numerosi consensi da parte di lettori e critica.

Nato nel 1967, Francesco Galardo è economista, dottore commercialista, partner professionista del Sole24Ore e docente in materie economiche-giuridiche per enti pubblici e privati. Parallelamente all’attività professionale, coltiva una significativa esperienza letteraria che lo ha portato a distinguersi nel panorama narrativo contemporaneo. La sua scrittura coinvolge, emoziona, lascia il lettore col fiato sospeso e mette in evidenza una padronanza lessicale specifica di spessore e competenza che sicuramente arricchisce il lettore.

Nel 2023 ha autopubblicato il saggio Il viaggio dell’anima, L’arduo compito, bestsellers su Amazon nella propria categoria, definito come “Un avventuroso viaggio introspettivo tra la dimensione terrena, la dimensione spirituale e la dimensione cavalleresca”.

Un suo testo è stato selezionato per l’antologia 365 racconti gialli, thriller e noir edita da Delos. Ha ottenuto il Premio Speciale al concorso nazionale Visioni 2024. Suoi racconti sono, inoltre, presenti in diverse opere collettive pubblicate da Homo Scrivens, tra cui Guida narrativa d’Europa a cura di Aldo Putignano e Giancarlo Marino, La chiave dei sentimenti a cura di Valentina de Giovanni e Almanacco 2026 Homo Scrivens con romanzi in tre frasi, racconti in tre parole, tragedie in due batture e haiku a cura di Aldo Putignano e Giancarlo Marino.

Francesco Galardo, benvenuto su Differentemente!

Grazie a voi per questa importante opportunità. Per un giovane – non più giovane – autore, non è affatto scontato finire su una testata giornalistica che si occupa, tra le tante cose, anche di cultura. E lo dico con una punta di amarezza: viviamo nel Paese che ha dato i natali a Dante, Boccaccio, Pirandello, eppure la cultura letteraria è spesso relegata ai margini, trattata come un orpello e non come la spina dorsale di una civiltà. Trovare spazi come il vostro, dove si ha ancora il coraggio di dare voce a chi scrive, è una boccata d’ossigeno.

Con Default hai conquistato pubblico e giurie letterarie, ottenendo numerosi riconoscimenti e recensioni molto positive. Il romanzo affronta temi complessi e legati alla geopolitica e alla finanza internazionale attraverso una narrazione avvincente e ricca di colpi di scena. Ti aspettavi un’accoglienza così calorosa?

No. E lo confesso senza ritrosie. A distanza di quindici mesi dalla pubblicazione e a un mese dall’uscita del sequel, L’algoritmo del male, comincio a stento a crederci adesso. Come mi ripete spesso Aldo Putignano, direttore della Casa Editrice Homo Scrivens che ha creduto nei miei thriller, ciò che colpisce è la generalità dell’approvazione: pubblico, giurie dei premi, addetti ai lavori. Sono mondi che raramente convergono, eppure su Default sembrano essersi trovati tutti d’accordo. Per essere, di fatto, il mio primo romanzo pubblicato con una Casa Editrice, non potevo aspettarmi nulla di meglio. C’è una frase di mio padre che mi porto dentro da quando ero un pischello con i pantaloncini corti: lo studio e il lavoro onesto, prima o poi, ripagano. Forse è andata così.

Sebbene Default possa essere definito un thriller geopolitico con elementi di narrativa speculativa, molti dei suoi scenari richiamano dinamiche economiche e politiche che osserviamo quotidianamente. Quanto c’è di reale nella tua narrazione e quanto, invece, appartiene all’immaginazione?

Una delle forze di Default sta proprio nel tendere la corda su quel confine sottile tra il distopico e il reale, là dove il lettore non sa più distinguere la profezia dalla cronaca. Molto di ciò che ho scritto nel 2022, anno in cui ho terminato il primo manoscritto di Default, si è poi avverato: crisi economica, crolli di borsa, l’attentato al presidente degli Stati Uniti, la guerra commerciale dell’Occidente contro i BRICS e altro ancora. Default nasce da un dato concreto, passato quasi del tutto inosservato dai non addetti ai lavori. Da agosto 2018, il mondo è sostanzialmente in Default. L’intera liquidità esistente sul pianeta non è più in grado di coprire i debiti contratti a vario titolo. È come se io fossi il “Signor Mondo” e, mi si passi la metafora maccheronica, avessi nella tasca destra 10 euro in contanti e nella sinistra una cambiale da pagare da 15 euro. Non potrei saldarla mai. Sarei costretto, come di fatto avviene, a far girare sempre lo stesso debito, passandolo da un soggetto all’altro, col risultato drammatico di moltiplicarlo, come un virus, su scala planetaria.

Ecco: nei miei thriller io non immagino il futuro. Leggo il presente e gli tolgo la maschera.

Recentemente è uscito L’algoritmo del male, che sta già suscitando interesse tra i lettori. Si tratta del seguito diretto di Default oppure di una storia autonoma?

Era nato come uno Spin-Off. Il come e il perché di Default, ma visto dagli occhi di Maria Santoro, figlia di Giovanni, il protagonista del primo romanzo. Anche per L’algoritmo del male, come per Default, volevo un’ambientazione vera, esistente, che allo stesso tempo incarnasse il concetto stesso del male. Nella prima stesura, la parte finale si svolgeva in un bunker in Canada, ma mi risultava troppo banale per la storia che volevo raccontare. Così mi sono messo a scavare, e per tre mesi ho fatto ricerche in rete fino a imbattermi nella vera storia di Nazino. Quando ho cominciato a leggere gli orrori di quel luogo – l’isola dei cannibali, la chiamavano – ho sentito il male esplodermi tra le mani. Era il posto giusto per fare precipitare il lettore nella più becera manifestazione del maligno che si annida nell’umanità. E lì ho capito che per rispetto di migliaia di morti non potevo limitarmi a uno spin-off; dovevo fare un sequel. Detto questo, per come è strutturata la trama, L’algoritmo del male si può leggere anche separatamente, ma è indubbio che chi ha letto Default ne assaporerà ogni risvolto con una profondità diversa.

Economista, dottore commercialista, docente e scrittore: due mondi apparentemente lontani che convivono nella tua esperienza professionale e umana. Quando hai scoperto la passione per la scrittura e come si è sviluppata nel tempo?

La passione nasce dalla lettura. Prima di iniziare a scrivere – ormai è diventata una seconda professione – divoravo almeno trenta libri all’anno, con punte di cinquanta quando viaggiavo in treno ogni giovedì per raggiungere lo studio di Milano. Quelle ore sui binari erano la mia palestra preferita, la palestra della mente. Sono cresciuto a pane e maestri del thriller anglofono. In primis Grisham e Forsyth, ma ho letto praticamente tutto anche di Dan Brown e Ken Follett. Tutti grandi ispiratori.

Poi è accaduto un fatto strano, quasi inspiegabile. Era il dicembre del 2019, alle soglie della pandemia: per tre notti di seguito, mi svegliavo nel cuore della notte e annotavo sulle note del cellulare una marea di appunti che avevo la netta sensazione mi venissero dettati da qualcuno o qualcosa. Al mattino del quarto giorno, lo ricordo come fosse ieri, dissi a mia moglie: «Oggi non vado in studio. Devo scrivere un libro». E da lì, tre anni dopo, è uscito il mio primo lavoro: Il viaggio dell’anima – L’arduo compito. Un saggio romanzato di spiritualità introspettiva che scelsi di autopubblicare. Un viaggio tra la dimensione terrena, quella spirituale e quella cavalleresca. Tre dimensioni che, a ben vedere, non mi hanno mai più abbandonato.

Hai accennato più volte alla cosiddetta “trilogia dei Santoro”. Possiamo già sapere qualcosa del terzo capitolo che completerà il progetto narrativo?

Sì. Il progetto che ho in mente fin dal 2022 è una trilogia. All’inizio era un’unica storia di circa cinquecento pagine, ma ho preferito spezzare la narrazione in tre atti: Default, L’algoritmo del male e… il terzo, il cui titolo esiste già – è perfino “spoilerato” nelle pagine finali del secondo romanzo – ma non è ancora definitivo, in attesa del placet della Casa Editrice. I miei thriller poggiano su alcuni pilastri fondanti. Il primo è la percezione della verità: il lettore non deve capire cosa sia vero e cosa no fino all’ultima parola, dell’ultima riga, dell’ultimo capitolo. Il secondo è l’eterna lotta tra bene e male; un conflitto che è innanzitutto interiore. Infatti, i miei personaggi non sono mai del tutto eroi o del tutto villain, ma combattuti, come l’umanità intera, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il terzo è che economia e informatica sono soltanto le cornici dentro cui provo a dipingere l’umanità; e per farlo uso il rapporto d’amore, che amore forse non è, tra Giovanni e sua figlia Maria. Ebbene, nell’ultimo capitolo, i temi resteranno gli stessi. Tuttavia, come amo dire io: «Nulla cambierà, tutto sarà stravolto».

Nutri una profonda passione per il Medioevo e con il racconto Il veleno del re hai vinto la sezione narrativa a tema medievale del Premio Letterario Parole dal Medioevo. Cosa ti affascina di questo periodo, spesso e forse ingiustamente associato all’idea di “età oscura”?  

Se l’economia e la lettura/scrittura sono la mia passione, il Medioevo è la mia ragione di vita. Non so darmi una spiegazione razionale di questo amore profondo che nutro per quell’epoca che fu tutto tranne che buia. Fu l’età delle cattedrali, delle università, della cavalleria, dei codici miniati, di una spiritualità che sapeva farsi pietra e luce. Ricordo che fin da bambino mi rintanavo a disegnare le facciate delle chiese antiche, a studiare il significato dei simboli, del bestiario, dei codici. Senza questo studio approfondito, che dura ormai da oltre trent’anni e che non potrà mai finire finché ne avrò la forza, non sarei ciò che sono: Francesco Galardo, discendente di Sir Rainaldo Quagliart. Approfitto per anticiparvi che ho in lavorazione un thriller storico medioevale sulla vita di un grande condottiero di cui, paradossalmente, è stato scritto pochissimo. Presto vi parlerò della vita di un “Bastardo conquistatore”. Guglielmo.

La tua produzione letteraria spazia tra romanzi, racconti, saggi e opere collettive. Hai partecipato a progetti come Guida narrativa d’Europa, La chiave dei sentimenti e il recente Almanacco 2026 Homo Scrivens, oltre a essere impegnato in un nuovo volume dedicato alla cucina italiana. Che cosa ti offre l’esperienza della scrittura condivisa con altri autori?

Come dico sempre, e non per falsa modestia, ma per autentica convinzione, nel mondo della letteratura io sono ancora un novellino. E proprio per questo ogni lavoro condiviso con altri autori è per me una scuola di formazione. Penna e Moleskine alla mano, appunto tutto, studio tutto, elaboro, imparo e ringrazio. La scrittura condivisa ti costringe a uscire dal tuo guscio, a confrontarti con voci, ritmi e sensibilità diverse dalla tua. È un esercizio di umiltà prima ancora che di stile. E in un mestiere dove è facile innamorarsi della propria penna, l’umiltà è forse la virtù più preziosa.

Per concludere, quali sono i tuoi progetti futuri? Ti piacerebbe vedere uno dei tuoi romanzi adattato per il cinema o per una serie televisiva? E quale consiglio daresti ai giovani che desiderano avvicinarsi al mondo della scrittura?

Proprio perché sono ancora un novellino, sto cercando il mio spazio letterario. Sto sperimentando per capire cosa amo scrivere di più, ma soprattutto cosa amano leggere i miei lettori. Al momento ho in ballo un po’ di cose. C’è un progetto ancora “segreto”, un noir terminato lo scorso ottobre e affidato al grande Diego Di Dio, direttore della scuola di scrittura “Saper Scrivere”; c’è il terzo e ultimo capitolo della saga sui Santoro, oltre la storia su Guglielmo il Conquistatore.

Quanto al cinema e alla serialità: una delle cose che mi vengono dette più spesso, per dirla da economista “quasi all’unanimità” è che la mia scrittura è cinematografica. Ma non è un dono caduto dal cielo: ho studiato per tre anni per renderla tale, attraverso tecniche narrative precise come lo show, don’t tell e l’uso sapiente dei cinque sensi. Quando scrivo ho un obiettivo primario: emozionare il lettore. Renderlo l’ombra dei personaggi, fargli vivere le introspezioni più profonde, è il modo migliore per riuscirci. Entrare nell’editoria dalla porta principale è stato per me un onore immenso; vedere un giorno le mie storie sugli schermi sarebbe una soddisfazione che oggi nemmeno so definire.

Un consiglio che darei ai giovani? Premesso che io stesso sono a caccia continua di consigli, ma una cosa mi sento di dirla: mai mollare! L’editoria è un mondo meraviglioso, ma è anche una giungla popolata di animali feroci, pronti a sbranarti per nulla. Fissati un rifugio vicino e raggiungilo. Poi, riparti verso il successivo. E avanti così, sempre avanti!

Daniela Vellani

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