Napoli, teatro che diventa cinema, cinema che torna rito: “Non posso narrare la mia vita” , omaggio a Enzo Moscato

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Teatro che diventa cinema, cinema che torna rito. La memoria di Enzo Moscato attraversa corpi, musica e visioni al Teatro Mercadante: uno spettacolo che resta addosso, come un canto sommesso.

Andare a teatro, a volte, significa assistere a uno spettacolo; altre volte significa essere condotti dentro un mondo che non si limita a mostrarsi, ma pretende attenzione, ascolto, disponibilità emotiva. Non posso narrare la mia vita, in scena al Teatro Mercadante dal 10 dicembre 2025 al 7 gennaio 2026, appartiene a questa seconda dimensione: un’esperienza che sorprende per ampiezza scenica e densità di immagini, capace di tenere il pubblico in silenzio assoluto per un’ora e cinquanta minuti senza intervallo.

Diretto da Roberto Andò, lo spettacolo nasce dai testi autobiografici di Enzo Moscato, in particolare Gli anni piccoli, e si concentra sull’infanzia e sull’adolescenza dell’autore nei Quartieri Spagnoli. Non è una biografia ordinata, né un racconto cronologico: è piuttosto una successione di quadri, frammenti, apparizioni che restituiscono un tempo interiore, fatto di paure, desideri, visioni, ossessioni.

La scena è dominata da una grande scalinata in tufo, che richiama Montecalvario e i Quartieri Spagnoli, abitata da figure che sembrano appartenere a una memoria collettiva: corpi distesi, presenze immobili, altre attraversate da gesti improvvisi, come se la vita scorresse tutta all’esterno, sui gradini, davanti agli occhi. Al centro del palcoscenico si apre una grande vasca d’acqua, chiaramente riconducibile ai Bagni Eldorado, luogo simbolo della Napoli popolare, dove la borghesia e il popolo si mescolavano. La presenza della piscina ha imposto un evidente allungamento del palcoscenico verso la platea, modificando l’assetto della sala e riducendo il numero dei posti per gli spettatori: una scelta che non è solo tecnica, ma dichiaratamente registica, perché ridefinisce il rapporto tra scena e pubblico, immergendo lo spettatore dentro lo spazio dell’azione.

Questa impostazione rivela con chiarezza una regia dal respiro fortemente cinematografico, che attraversa l’intero spettacolo e non si limita a singoli momenti. I quadri si succedono come inquadrature, la profondità dello spazio viene sfruttata come campo visivo, la penombra accompagna i passaggi più intimi. È soprattutto nella lunga sequenza attorno alla piscina che questa scelta emerge con evidenza: i corpi immersi nell’acqua, altri fermi ai bordi, la musica che dilata il tempo, la lentezza studiata dell’azione richiamano un immaginario visivo che sembra dialogare apertamente con il cinema di Paolo Sorrentino, trasformando la scena teatrale in una composizione per immagini più che in un racconto lineare.

Dentro questo spazio prendono forma numerosi segni della memoria infantile. Compaiono vetrine illuminate che rimandano alla Standa, simbolo di un immaginario popolare e consumistico, da cui emergono manichini che sembrano prendere vita; all’interno di quelle stesse vetrine appaiono anche figure vestite da Babbo Natale, che improvvisamente si animano e arrivano a fronteggiarsi, spezzando l’innocenza dell’immaginario natalizio e introducendo un senso di inquietudine. Una voce metallica, proveniente da un altoparlante, annuncia una vincita e chiama una donna alla direzione: quella donna è la madre di Enzo Moscato, e un gesto banale si trasforma in un momento carico di emozione. In alto, su un punto elevato della scalinata, campeggia la statua di Sant’Antonio, legata alla malattia vissuta da bambino e alla paura della morte, mentre la comparsa di Pulcinella, spogliato di ogni folklore, assume il valore di una presenza oscura, quasi presagio.

Tra queste apparizioni assumono un rilievo particolare le sorelle Musciacco, che compaiono sui balconcini della scalinata per poi scomparire improvvisamente, senza che ne venga mai chiarito il motivo. A quella scomparsa Moscato affida un momento di parola sospesa, un monologo che non cerca spiegazioni ma registra lo smarrimento, trasformando l’assenza in materia teatrale. È uno snodo che rimanda direttamente alla sua poetica: la realtà che scivola nel sogno, la verità che si confonde con l’illusione, l’infanzia come territorio in cui ciò che accade non sempre può essere compreso, ma solo attraversato.

Al centro della scena si impone la prova di Lino Musella. Vestito interamente di bianco, a piedi nudi, Musella attraversa lo spettacolo incarnando Enzo Moscato senza imitarlo, senza mai cercarne la somiglianza esteriore. La sua è una recitazione controllata, fatta di ascolto, di parola sussurrata, di presenza fisica esposta e fragile. Una prova di grande rigore che sostiene l’intero impianto drammaturgico. Accanto a lui, Tonino Taiuti alterna ironia e malinconia con naturalezza, mentre Giuseppe Affinito si distingue per padronanza scenica e intensità corporea. In uno dei quadri più significativi dello spettacolo, Musella, Affinito e Taiuti danno vita a una scena danzata, un ballo sospeso che mescola gioco, malinconia e abbandono, affidando al corpo ciò che la parola non riesce più a contenere.

La parte musicale non è un semplice accompagnamento, ma una vera e propria linea drammaturgica parallela. I microfoni a vista, utilizzati come nei varietà e negli avanspettacoli del dopoguerra, richiamano un immaginario popolare preciso e diventano oggetti scenici attivi. In questo contesto si inserisce la presenza di Flo, che non interviene come elemento decorativo, ma come voce che attraversa la scena, dialogando con i corpi e con la parola, contribuendo a costruire quell’atmosfera sospesa tra memoria e spettacolo.

Nel corso dello spettacolo emerge anche una riflessione sul teatro stesso. A un certo punto viene pronunciata una frase che suona come una dichiarazione di poetica: l’impossibilità di “uscire” dal proprio teatro. È la risposta di Moscato a chi, in passato, gli chiedeva di abbandonare un linguaggio personale, una rivendicazione di un teatro di verità e di illusione insieme, nato fuori dalle regole.

In più punti affiora anche l’immagine di un Enzo Moscato estraneo alle regole istituzionali e alla formazione scolastica tradizionale. La sua cultura prende corpo altrove: nei Quartieri Spagnoli, nella vita osservata e assorbita, ma anche in una pratica solitaria e vorace della lettura, che lo porta a confrontarsi con i grandi testi del Novecento europeo, da Genet ad Artaud. Una formazione autodidatta che diventa scelta poetica, fondamento di un teatro libero, indisciplinato, irriducibile a ogni chiusura.

Verso la conclusione, tra le ultime immagini che attraversano la scena, affiora anche il volto frammentato di Marilyn Monroe, icona fragile e inquieta, accostata alla musica che accompagna l’uscita dallo spettacolo. Non è una citazione decorativa, ma un’ulteriore figura di solitudine e smarrimento, che amplifica il senso di sospensione lasciato allo spettatore.

Per tutta la durata dello spettacolo il pubblico resta in silenzio assoluto, come rapito, per poi sciogliersi in lunghi e calorosi applausi finali. Non posso narrare la mia vita colpisce per la cura minuziosa dei dettagli, per la qualità delle interpretazioni e per la forza delle immagini. Forse, nella sua eleganza formale e nel rallentamento della parte conclusiva, trattiene qualcosa della componente più aspra e viscerale di Moscato. Ma resta un omaggio forte e necessario.

Quando le luci si spengono e la scena si svuota, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre la rappresentazione. Un’ora e cinquanta minuti in cui immagini, corpi, musica e parole hanno costruito un mondo fragile e potente insieme. Non posso narrare la mia vita non consegna risposte definitive, ma lascia domande, emozioni, tracce. È forse in questa sospensione che il teatro continua a vivere nello sguardo di chi lo attraversa.

«Il teatro è il rischio dell’incontro umano».

Enzo Moscato

Ersilia Marano

Non posso narrare la mia vita

da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato

Drammaturgia e regia

Roberto Andò

Interpreti

Lino Musella

Tonino Taiuti

Flo

Lello Giulivo

Giuseppe Affinito

Vincenzo Pasquariello

Ivano Battiston

Lello Pirone

Eleonora Limongi

Voci e corpi della città

Nikita Abagnale

Mariarosaria Bozzon

Francesca Cercola

Gabriella Cerino

Nicola Conforto

Mattia Coppola

Vincenzo D’Ambrosio

Matteo Maria D’Antò

Ciro Giacco

Eleonora Fardella

Mariano Nicodemo

Maurizio Oliviero

Scene e luci

Gianni Carluccio

Costumi

Daniela Cernigliaro

Musiche

Pasquale Scialò

Suono

Hubert Westkemper

Coreografie

Luna Cenere

Trucco

Vincenzo Cucchiara

Aiuto regia

Luca Bargagna

Foto di scena

Lia Pasqualino

Produzione

Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

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