Musica: intervista ad Edoardo Nocco per il suo nuovo singolo “Da un po’”

Crescendo, ci sono delle tappe della vita che avranno più rilevanza di altre, e avere le persone giuste accanto, può aiutare ad affrontarle in maniera diversa. Momenti come la fine degli studi e l’immettersi nel mondo del lavoro, per un individuo può rappresentare uno dei maggiori cambiamenti: dalla vita scolastica fatta di libri, professori e lunghe sessioni di studio, all’incertezza sul futuro e su come costruirlo.

A rappresentare i tanti giovani di ieri e oggi, Edoardo Nocco con il suo nuovo singolo Da un po’, canta dell’incertezza del futuro e del bisogno di avere qualcuno accanto con cui condividerlo e rendere il percorso di vita un po’ più lieve. Un brano dal sound leggero, perfetto da cantare in macchina verso la strada per il mare, ma con un testo che fa da grido a giovani timorosi e ancora troppo incerti sul domani.

Classe ‘97, Edoardo Nocco, cantautore e produttore ligure, canta di un’intera generazione che si nasconde dietro una positività apparente ma tormentata dall’alienazione sociale. Tuttavia, senza perdersi d’animo, in un gioco di contrasti continuo, è la musica a dare forza e speranza, così come ci racconta durante un’intervista telefonica.

 

Come nasce il tuo nuovo singolo Da un po’?

Da un po’ nasce in questo piccolo studio di produzione, che si chiama “HillStudioProduction”, un garage nella campagna ligure dove abito, nel quale produco altri artisti e faccio anche le produzioni dei miei pezzi. La versione definitiva è arrivata perché molti miei amici musicisti mi hanno dato una mano nella realizzazione, quindi c’è chi ha suonato la batteria, chi ha suonato il basso. Grazie anche ad aiuti esterni dei miei amici abbiamo tirato fuori l’arrangiamento definitivo, mentre il mix è stato fatto a Roma dall’etichetta. Quindi è nata proprio in questo studio dove sto tutti i giorni a fare arrangiamenti e produzioni.

Infatti è un classico pezzo da cantare con gli amici, ha un sound molto leggero, spensierato. E porta con sé l’aspetto corale.

In realtà, se ci fai attenzione ad un primo ascolto dici: “Ok, può essere una canzone leggera perché il sound è così”. Però in realtà è un po’ un urlo alla mia generazione. Ho appena finito di studiare, sono un po’ in difficoltà ad affrontare la vita che c’è dopo l’università e quindi credo che questa canzone parli un po’ di questo timore per il futuro incerto che accomuna la mia generazione, ovvero della Generazione Z, che si scontra continuamente nelle dinamiche della società, dell’alienazione che la società stessa ricrea. Però alla fine nel testo ho voluto sottolineare quanto i rapporti interpersonali, trovare una persona che sia un amico, la tua ragazza, un familiare, basta solo una persona con cui scambiare idee, dialoghi, opinioni, ideali, sia secondo me una cosa che ti dà una certa tranquillità nonostante tutto il mondo e l’esterno facciano paura. Trovare un posto tranquillo dove stare e una persona con cui parlare è un po’ il senso del testo.

Ho trovato infatti l’incoerenza tra un testo così forte, un urlo, che va in contrasto con un sound così leggero. Non pensi sia un po’ anche l’incoerenza della vita?

Mi piace giocare su questa cosa. Ho voluto ricreare un sound più spensierato, ma con un testo invece più riflessivo perché secondo me riflette le maschere che mettono le persone, le quali sono un po’ tutte felici e poi dentro sono tutti presi a male con un sacco di problemi. C’è questo gioco nel mettere una musica che, se l’ascolti in macchina dici “Aah, bella!”, allora ti prende bene; ma se ascolti il testo, ti sto dicendo che in realtà ci sono delle considerazioni, dei problemi che le persone fanno finta di non avere. C’è questo dualismo di musica allegra, ma riflessione testuale. Poi, all’interno del testo ho usato anche certe immagini, per esempio nella seconda strofa dico: “A volte mi sento osservato da migliaia di stelle”, da cui è nata anche la copertina del singolo, perché viviamo tutti come se ci stessero osservando. Soprattutto la mia generazione che abbiamo paura del giudizio degli altri, abbiamo paura di fare le cose, quindi dici: “Mi sento osservato da milioni di stelle, cosa c’è di sbagliato nel non fare niente?”, perché magari il tuo non fare niente è fare in verità qualcosa.

Nel testo hai cercato di fare vari riferimenti, ma abbiamo detto che c’è anche l’aiuto dei tuoi amici, ma all’interno di Da un po’ quanto parli di te?

C’è me stesso principalmente, c’è una parte molto sostanziale di me in quest’ultimo anno di vita. Il pezzo l’ho scritto circa un annetto fa, poi ha raggiunto la forma definitiva due mesi fa. Gli amici mi hanno aiutato principalmente sul discorso musicale perché io sono un produttore, ma dato che nel disco precedente le batterie erano state fatte anche elettroniche, o alcune cose triggerate, in questo disco ho voluto suonare tutto dal vivo. Quindi ho chiamato musicisti che suonavano la batteria, il basso e ho sviluppato un sound più da band.

All’interno quindi del nuovo album cosa ci sarà? Come sono gli altri brani?

In realtà non sono tutti presi bene come questo (ride). Di sound intendo, ci saranno anche pezzi un po’ più melanconici soprattutto dal punto di vista testuale. Tendenzialmente il disco parlerà di rapporti umani e speranza, di riflessioni mie e storie. Quindi da un punto di vista del sound ci saranno cose melanconiche ma anche cose un po’ più speranzose, catchy, fresh, come ci sono anche dei pezzi testualmente depressi. Si può dire che in generale ci sono queste due caratteristiche, per un gioco di contrasti. Ho cercato sempre di essere originale al 100%, nel senso che per quanto uno possa sentire delle influenze nei miei pezzi, voglio che quando uno li ascolta si capisse che sono io, non voglio essere una brutta copia, voglio essere me stesso ed è una cosa fondamentale per me.

Una cosa che ho avvertito, non sono riuscita a sentire forti presenze di altro all’interno dei tuoi pezzi, ma ti ho immaginato subito come un cantautore genuino dalla voglia di suonare con chitarra in mano. Ciononostante, quali sono i tuoi ascolti, le tue influenze?

Allora, io ascolto e ho ascoltato tanto cantautorato classico, quindi De Andrè, Battisti, Dalla, Samuele Bersani, e andando più nel moderno, Brunori Sas, Motta, Nicolò Fabi. Infatti in questo pezzo si sentono meno, ma negli altri pezzi questi ascolti si avvertono un po’, ma sempre mantenendo la mia originalità. Poi ho ascoltato tantissimo rock in passato, perché avevo una band rock e quel periodo lì ascoltavamo Foo Fighters, ma anche Beatles.

Il rock invece quanto è influente all’interno del tuo sound?

Nel secondo disco pochissimo, ma nel primo che è un EP, già c’era un po’ di più. Anche riascoltandolo ora a distanza di due anni, l’EP ha rappresentato un periodo di transizione tra la vecchia band che avevo, che era proprio rock e il progetto mio solista, dove ci sono certi brani che hanno sfumature più rockeggianti ma con la parte cantautorale marcata. In questo ultimo album, la parte rock è estinta, è molto più cantautorale. Si sono estremizzate queste due parti, poi è difficile psicanalizzarsi sui dischi. Ascolto davvero tanta musica, dal r&b al jazz, passando per il fusion. Producendo anche, ascolto tantissima musica e delle volte certe cose escono perché hai sentito un pezzo e ti ha influenzato a scrivere una certa parte.

Tra i progetti futuri, oltre l’album magari ci saranno anche i live?

Tra i progetti futuri, intanto spero che tra un mese, un mese e mezzo, esca un altro singolo, già pronto, sempre con l’etichetta T-Recs. Poi uscirà l’album o un altro singolo ancora prima. Più o meno nel disco ci sono circa 12 pezzi, quindi è un po’ di musica nuova. In aggiunta, l’idea è di suonare in giro, fare un tour. In generale, erano due anni che non facevo niente e con il Covid è stato un periodo strano, quindi adesso si cerca di riprendere dato che ho tanta voglia di esprimermi, di farmi conoscere e suonare in giro, che sia dal pub al teatro, non so.

Tutto è subito è inutile, non è sbagliato seguire degli step.

Sì, anche perché io faccio musica sennò sto male, perché ne ho necessità: mi dà energia che si autoalimenta. Da sempre la musica mi ha salvato, non lo faccio pensando che un mio pezzo sarà una hit e farò milioni. Mi piace pensarla: “Questo è un pezzo, adesso è anche vostro, se vi rispecchiate sono molto felice, sennò io lo farei comunque”. Non è fare successo, non è il motivo per il quale faccio musica. Il motivo è il rapporto umano, scrivere dei concetti e dei pensieri. E perché mi piace scrivere le canzoni, lo faccio da quando ho 12 anni. È bello perché ogni periodo della tua vita ha una canzone e quindi ti aiuta a ricordarti com’eri. Magari tra dieci anni ci ripenserò come ad un momento che è stato fissato e ricorderò. Mi fa impazzire come concetto, perché è come se fosse una foto.

Roberta Fusco

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