Intervista al regista Giovanni Meola, il suo docufilm “La conversione” al Los Angeles Italia Film Festival

Davvero interessante la storia di Vincenzo Imperatore, ex-manager bancario, e Peppe De Vincentis, ex-galeotto, raccontata con intensità e semplicità dal regista Giovanni Meola nel docufilm “La conversione”. Un incontro a cena, dove i protagonisti raccontano la loro vita, le loro origini quasi simili che però, ad un certo punto prendono strade diverse. Anche se, per certi versi, poi sembrano ritornare simili, infatti le attività principali della loro esistenza, per anni, li hanno portati a sottrarre e ingannare, anche se con modalità completamente diverse; ma entrambi, poi, hanno detto basta. E di nuovo le loro strade sembrano prendere lo stesso corso:  scrivono due autobiografie, nelle quali svelano i segreti dei mondi dai quali provengono.  La conversione ha ottenuto e sta ottenendo meritati riconoscimenti: il Premio del Pubblico come Miglior Documentario nella categoria ‘National Documentary Competition’ alla XIX edizione del RIFF-Rome Independent Film Festival a Dicembre 2020, la partecipazione  Los Angeles Italia Film Festival, con grandi soddisfazioni.

Noi di Differentemente abbiamo chiesto al regista Giovanni Meola di rispondere ad alcune domande.

Come è nata l’idea di questo docufilm?

L’idea, o meglio l’intuizione di mettere assieme le storie di un ex-manager bancario e di un ex-galeotto mi è venuta circa sette anni fa quando li conobbi più o meno nello stesso periodo senza che sapessero uno dell’esistenza dell’altro. Vincenzo Imperatore aveva appena pubblicato un libro, un saggio-memoriale, ‘Io So e Ho Le Prove’, che di lì a breve sarebbe diventato un caso letterario, vendendo una marea di copie perché era la prima volta che un insider svelava segreti, trucchi e nefandezze del sistema bancario italiano. Peppe De Vincentis aveva invece visto pubblicata la sua autobiografia, ‘Il Campo del Male’, nel quale, tra ironia e amarezza, raccontava di una vita bruciata tra rapine, cocaina ed errori ma anche di una incredibile risalita dagli inferi grazie alla scrittura e al teatro. Essendo io un teatrante di lungo corso non potevo restare indifferente al ruolo della scrittura e del teatro nella ‘conversione’ di Peppe. Allo stesso tempo, in quel periodo stavo scrivendo un soggetto teatrale sul tema delle banche e mi colpì moltissimo la recensione del libro di Vincenzo, che corsi ad acquistare, decidendo un attimo dopo averlo letto che ne avrei volentieri fatto un libero adattamento per la scena (cosa che ho poi fatto; lo spettacolo omonimo è ancora in scena e a fine Giugno sarà al Campania Teatro Festival). Da queste premesse, ci misi poco a immaginare un racconto a due voci, come due lati di una stessa medaglia, due figli di una unica Napoli ‘matrigna’ piena di insidie ma anche piena di sorprese, sia negative che positive. Ma per farlo avevo bisogno di conoscere entrambi più in profondità. Ecco perché poi sono passati alcuni anni prima di far loro la proposta di questo film documentario.

La realizzazione di un documentario è sempre impegnativa quando si mette in gioco la vita di persone e del loro vissuto: cosa le ha dato la spinta per questo lavoro?

L’approfondita conoscenza e la fiducia reciproca maturata negli anni con entrambi è stata la molla che ha portato a realizzare questo progetto. Più li conoscevo, più mi raccontavano, con grande generosità e apertura mentale, delle loro vite sbagliate, scassate, oblique, dei loro errori e dei tentativi di rimediare a quegli errori, più mi rendevo conto che entrambi avevano voluto non solo cambiare direzione ma che volevano anche che altri evitassero di fare i macroscopici errori da loro compiuti. In quei momenti mi diventava sempre più chiaro che entrambi volevano far conoscere in maniera piena le loro vicende. Imperatore è un ex-manager bancario di una delle più grandi banche d’Italia e d’Europa, ha vissuto l’esaltazione collettiva del ventennio di privatizzazione selvaggia durante la quale cittadini e imprenditori erano diventati pecore da tosare pur di fare profitti. Mutatis mutandis, nulla di diverso da quanto aveva fatto per anni Peppe De Vincentis, gran rapinatore di banche, uffici postali e gioiellerie, che ha pagato con 30 anni complessivi di galera il suo debito. Mi sembrava estremamente significativo questo gioco di specchi tra due persone apparentemente così distanti ma allo stesso tempo protagonisti di esperienze che, di fatto, hanno creato lo stesso tipo di conseguenze sugli altri: spoliazione, immiserimento, ferite e traumi.

I protagonisti hanno, diciamo, una stessa origine: la povertà e una vita difficile alle spalle, anche se poi prendono strade diverse. Come mai ha scelto proprio le loro storie?

Perché Napoli è questa in molti casi: origini difficili e riscatto. Solo che il ‘riscatto’ è differente a seconda di come lo si intende. E a seconda di chi abbiamo a fianco negli anni decisivi. Peppe ha perso sua madre quand’era molto piccolo, il padre si è trovato una nuova compagna ma il loro nucleo familiare, sradicato e ‘deportato’ in una baraccopoli in un altro quartiere, non ha saputo o voluto dargli alcun sostegno e così il piccolo Peppe ha cominciato a imparare la vita in strada. E la strada, si sa, a Napoli è davvero maestra di vita. Solo che spesso porta su strade deviate. La stessa cosa poteva accadere a Vincenzo, ma lì la differenza l’ha fatta la madre, presentissima e vogliosa di far avere al figlio tutte le occasioni possibili di riscatto, pur partendo da un quartiere ultra-popolare. Tant’è vero che il giovane Vincenzo, poco studioso e attratto anch’egli dalla strada e dal soldo facile, viene praticamente obbligato a studiare dalla madre, diventando a quel punto non solo un ottimo studente, ma addirittura il primo laureato di sempre della sua famiglia. Ecco, penso che due storie così paradigmatiche meritassero tutta la mia attenzione e, credo, l’attenzione di quanti decideranno di vedere il film.

Nel film i racconti sono molto forti, le immagini e i silenzi lo sono ancora di più. Quali sono state le difficoltà tecniche per evitare di cadere nel solito cliché di semplice ‘racconto documentato’?

Ho sempre pensato di voler fare un film vero e proprio. Un film nel quale potessero coesistere vari livelli, quello del racconto, quello dell’evocazione, quello visivo e quello di una drammaturgia sonora che, a partire dalla colonna sonora originale di Daniela Esposito, straniante e spiazzante (composta di soli fisarmonica e vocalizzi melodici), si appoggiasse anche ai silenzi come forma eloquente ed esplicita di un sentire di ciascuno dei due che non avesse bisogno di ulteriori parole per arrivare allo spettatore. Il mix di tutto questo non era scontato ed ovviamente solo le testimonianze del pubblico, nel corso del tempo, potranno confermare la bontà o meno del tentativo. L’aver tripartito il racconto, per entrambi, tra ciò che sono oggi, quello che sono stati fino a poco fa, ovvero le loro vite precedenti, e le loro origini, mi ha permesso di creare le premesse affinché l’incontro continuo di parole, immagini (statiche e/o dinamiche), silenzi, musica, luce e montaggio, potesse permetterci di far nascere un film documentario, con le caratteristiche tipiche del documentario ma con in aggiunta una certa dose di sensibilità filmica.

Essere selezionati in importanti festival, e magari vincerli anche, sono grandi soddisfazioni: finora qual è stata la più grande per lei?

Ovviamente, l’aver vinto il Premio del Pubblico come Miglior Documentario nella categoria ‘National Documentary Competition’ alla XIX edizione del RIFF-Rome Independent Film Festival a Dicembre 2020, alla prima apparizione pubblica del film. Premesso che l’unico premio di quella categoria era proprio quello del pubblico (non c’era un premio assegnato da una giuria tecnica, per intenderci), l’enorme soddisfazione di questo premio deriva dal fatto che il film è stato visto e votato da un pubblico ‘puro’, di persone sconosciute, magari anche lontane dal micro/macrocosmo napoletano, a cui il film fa riferimento come contesto di partenza. Ecco, penso che ricevere un premio del genere, in uno dei festival più importanti d’Italia, sia un riconoscimento enorme e assai qualificante. Ovviamente, anche l’essere selezionati in una delle vetrine più importanti del cinema italiano, ovvero il Los Angeles Italia Film Festival, è stata una soddisfazione enorme.

Peppe e Vincenzo sono due persone vere, si raccontano senza paura di apparire diversi da ciò che sono. Faceva parte del copione o si è stabilita un’empatia spontanea e qual è stato il rapporto con il regista?

La cena che fa da colonna vertebrale del film era parte fondamentale del soggetto del film sin dalla sua stesura. Prima di cominciare le riprese, io ho fatto un unico incontro con loro due assieme. Quella è stata forse l’unica volta che li ho visti contemporaneamente perché per me contava moltissimo che la loro conoscenza reciproca fosse approssimativa in quanto l’intento di quella cena era esattamente ciò che poi è, magicamente, avvenuto: fare in modo che i due sviluppassero, nel tempo occorso per cucinare e mangiare assieme, una reale curiosità e disponibilità al racconto di sé. Ho chiesto ad entrambi una sola e semplice cosa: siate curiosi e fatevi domande che sentite davvero di fare. Su qualunque argomento. L’empatia e il grado di coinvolgimento che i due hanno messo in campo durante la cena, che è stata ripresa in continuità, senza stacchi, è stato eccezionale, dopo un naturale momento iniziale di imbarazzo. Il rapporto con me, invece, posso sintetizzarlo in una sola parola: fiducia. Hanno avuto una fiducia enorme e costante nei miei confronti. Spero vivamente di averla ripagata appieno.

Quali sono, ora, i suoi progetti per il futuro?

‘La Conversione’ continuerà a girare per festival e concorsi (sappiamo già di essere stati selezionati alla V edizione del BCT-Benevento Festival Internazionale di Cinema e Televisione, a fine Giugno, e attendiamo l’esito di diverse altre selezioni), mentre in contemporanea stiamo finalizzando la post-produzione del mio secondo documentario lungometraggio, ‘Art. 27, comma 3’, un progetto nato dalla collaborazione con il Festival di Cinema dei Diritti Umani di Napoli e il carcere di Poggioreale, presso il quale ho tenuto un laboratorio di recitazione e scrittura creativa di nove mesi, terminato poco prima del lockdown. Grazie all’autorizzazione ottenuta dal DAP (il Dipartimento dal quale dipendono le carceri italiane) ho avuto sempre con me un operatore col quale si è documentato tutto il processo di lavoro con i detenuti del reparto ‘Napoli’, culminato in uno spettacolo all’interno del carcere a Gennaio 2020. Il film sarà presentato ufficialmente ad inizio autunno prossimo. Teatralmente parlando, invece, anche se tutto è ancora molto complicato e complesso, tornano in scena due miei lavori, ‘Il Bambino con la Bicicletta Rossa’, liberamente ispirato al caso-Lavorini, tra poche settimane al festival Polis a Ravenna e poi ‘Io So e Ho Le Prove’, liberamente ispirato proprio al libro di Vincenzo Imperatore, che sarà al Campania Teatro Festival il 26 Giugno raggiungendo così le 45 repliche dal suo debutto. Inoltre, stiamo lavorando ad un ‘Amleto’ molto particolare, con solo tre attori in scena ad interpretare tutti i personaggi con una riscrittura collettiva del testo. Un lavoro molto particolare così come lo fu il libero adattamento da ‘Tre Sorelle’ di Cechov di qualche anno fa. Per finire, a Luglio firmerò la direzione artistica della X edizione di una rassegna a cui sono legato sin dall’inizio, Teatro alla Deriva, presso le Terme-Stufe di Nerone, una manifestazione praticamente unica nel panorama nazionale, dato che gli attori e i performer si esibiscono su una zattera galleggiante all’interno di uno specchio d’acqua circolare. A fine Maggio annunceremo il cartellone che, come al solito, vedrà impegnate compagnie emergenti ma assai combattive e vitali.

 

Paola Improda

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