Napoli, al Maschio Angioino è in esposizione la mostra “Un’idea d’India” di Massimo Saretta

foto Roberta Fusco

Ciò che spinge l’uomo a viaggiare è la sua curiosità. E ciò che incuriosisce si può fermare attraverso un obiettivo, facendolo diventare “concreto” e fruibile a tutti, essendo poi a portata di sguardo e percezioni.

La percezione sensoriale è ciò che governa la mostra “Un’Idea dell’India”, di Massimo Saretta, in esposizione fino all’8 settembre nella Cappella Palatina del Maschio Angioino a Napoli. Un reportage emozionale, anziché di stampo giornalistico, risultato di 8 anni di lavoro, dal 2010 al 2017, nelle terre indiane.

Massimo Saretta è direttore scolastico e fotografo padovano, e per la fotografia ha una particolare predilezione: per lui è importante legare tecnica e sensazioni, il tutto senza perdere l’elemento essenziale in attesa dello scatto giusto, cioè la pazienza.

Nei suoi lunghi viaggi ha cercato di cogliere la parte vitale di ogni Paese, catturando momenti di quotidianità dei popoli nativi, con le loro tradizioni e culture.

 “Le foto devono parlare, devono trasmettere. Una foto bella riesce a trasmettere una sensazione, la sensazione che il fotografo ha provato in quell’istante. Se riesci in questo, hai ottenuto un buon risultato.”

Massimo Saretta

Il risultato della mostra, possiamo dire, è eccezionale. “Un’idea d’India” propone, infatti, un viaggio emozionale che si vive ammirando le opera in esposizone nella Cappella Palatina. Una raccolta di scatti, scelti tra i 135 presenti nel libro dall’omonimo titolo, che ripercorre le varie parti della quotidianità indiana: i paesaggi, la gente, la vita religiosa e la morte. Immagini vivide, alcune delle quali sono il risultato di ore di attesa per cogliere l’istante giusto, ma con un’immensa capacità comunicativa. I volti colorati dei diversi rinucianti, simboleggiano la grande religiosità di un popolo dove tutto è simbolo, colori compresi. Verde coraggio, come il volto di un attore, oppure rosso zafferano e arancione, come il telo nel quale vengono avvolti i morti per il rituale crematorio sul Gange. L’India è un crogiolo di contrapposizioni, non da meno quello tra i colori, come il bianco delle tuniche e il marrone della terra, con una meravigliosa esplosione di colori accesi, vivi, che colpiscono chiunque metta piede nelle sue città, nei mercati e nelle cerimonie.

 

Tutti i simboli e le storie dietro le immagini, ci vengono spiegati da Saretta durante un tour della mostra.

 

Vorrei fare un passo indietro, prima di questa mostra. Lei ha viaggiato molto, ma cosa l’ha catturata così tanto dell’India?

 

Ho viaggiato molto. Ho fotografato mezzo mondo e quando sono arrivato in India, sono rimasto affascinato, stregato, da questo paese. Al punto che mi sono fermato per questo progetto, addirittura per 8 anni. L’India, da come si vede dalle foto, è il paese dei colori. Sembra un po’ banale, ma è così, i colori, I profumi, gli odori sono l’essenza dell’India. Non da meno le tante religioni, che danno diverse prospettive del vivere indiano.

È il paese dei colori, perché l’occhio di chiunque arrivi in India, viene colmato completamente dai colori sgargianti quasi come se quelli tenui non esistessero. I profumi delle spezie, nelle pietanze, nei mercati. Anche gli odori, purtroppo, sono forti. Si pensi che in alcune città le fogne sono ancora a cielo aperto. Sono stato in Marocco, ho fatto un servizio sulle concerie, dove davano le foglie di  menta da mettere in bocca perché l’odore dei liquami era troppo forte da sopportare. Anche qui c’era una situazione simile, ma penso che un fotografo debba superare anche questo per raggiungere il proprio

 

 Prima di questa mostra, c’è un libro e un tour.

 

Sì, la mostra è nata da un libro che abbiamo anche qui in esposizione e in vendita. Il libro conta circa 135 foto, infatti quelle esposte sono meno della metà, poiché adattate in base allo spazio espositivo.

La mostra è itinerante in tutta Italia ed è partita da Padova, in una sala molto grande dove abbiamo esposto 120 immagini. Poi Pordenone, in una chiesa del 1300. Dato che lavoriamo in collaborazione con l’Ambasciata e il Consolato Indiani in Italia, il console, dopo essere stato all’inaugurazione della mostra a Padova, mi ha chiesto di presentarla al Teatro Dal Verme di Milano, per solo due giorni, in occasione di una grandissima festa Diwali, una grande festa di luci. In 4 ore sono arrivate cinquemila persone ed è stato pazzesco. Ma anche a Roma, data la collaborazione con Laica, ci fu una preview a Piazza di Spagna nel Laica Store e successivamente, l’esposizione ufficiale nelle Scuderie di Villa d’Este di Tivoli. Tutte le sedi sono state prestigiose. E questa qui dove ci troviamo ora è una meraviglia.

 

Ad occhio esterno, sembra di attraversare gli step della vita: la vitalità tramite le persone, la religione e persino la morte.

 

Sì, è stata studiata in questa maniera. Come ad esempio  il gruppo delle nebbie, da cui sono affascinato e molto legato perché mostra la nebbia Varanasi e si vede il contrasto tra i colori e la nebbia che li attenua, creando il mistero. Il mistero è fantastico. C’è un sacerdote che benedice i suoi discepoli, con le persone che escono dal Gange e si asciugano dai sali, è anche una condizione di povertà, naturalmente. La povertà è dominante in India. Si parla tanto di Bombay, ma l’India non è Bombay. Il popolo indiano è questo che vedete nelle foto.

 

Dopo questo lungo lavoro, cos’altro ha in programma?

 

Ho già iniziato dei lavori importanti. Da marzo del prossimo anno partirà una nuova mostra, anch’essa itinerante in tutta Italia e sarà sull’Oriente, quindi Vietnam, Cambogia, Cina: ci metterò un po’ di cose. Poi durante il Covid, ho iniziato un altro progetto in Veneto, dove ho avuto il compito di fotografare le città venete, quindi Venezia, Verona, Vicenza, Belluno. Esperienza fantastica, vedere Venezia completamente deserta. È stato stupendo da un lato ma inquietante e triste dall’altro. Ho avuto la fortuna di fotografarla così, con la speranza che non riaccada più di vederla in quel modo. Il progetto si concluderà con una mostra a Venezia a novembre di quest’anno e poi si sposterà nelle altre province del Veneto.

 

Roberta Fusco